Le ossa del Re Murat 2° Giornata (19/9/2015) - Murat Onlus rievocazioni

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LE OSSA DI MURAT
Il Castello, il luogo della fucilazione e l’atto di morte di R. De Cesare
(SULLA RICERCA DEL 1899 ESTRATTI DA “IL CORRIERE DI NAPOLI” Anno XXVI - 1899 Ricerca Franco Cortese – Coll. Francesco Greco)

Pizzo di Calabria 26 Aprile 1899


Forse non si potrebbe affermare, con qualche sicurezza, che Pizzo avesse una storia prima della tragedia di Gioacchino Murat. Se le varie dominazioni, che infestarono il Reame, avessero provveduto questo grosso borgo, in parte marinaresco, e in parte campagnolo, di un porto, o almeno di un sicuro approdo, le condizioni ne sarebbero oggi diverse. La costa, alla quale è addossato, è fertile, come tutta la costa calabrese del Tirreno, ma Pizzo, e gli altri numerosi paesi non avevano porti, né approdi, e l’approdo quasi unico, forse il più sicuro, era il così detto scoglio di Pizzo, il quale prima che fosse spezzato dal furore dei marosi serviva di banchina d’imbarco: scoglio di pochi metri di lunghezza, e forse di due di larghezza. Questo scoglio, che ancora si vede, è collocato proprio sotto l’antica batteria del forte, che fecero costruire i francesi, un piccolo forte armato di due cannoni, posti per far paura, non per concludente difesa. La Calabria si difendeva da ogni invasione, con le sue montagne scendenti a picco sul mare; e le sue rade e i suoi seni, sforniti d’ogni sicuro approdo, costituivano una difesa naturale, superiore ai fortini e alle torri, che si vedono sulla costa. Anche se il nemico avesse potuto tentare uno sbarco con piccoli legni, non trovando le popolazioni favorevoli, si sarebbe visto in ben difficili condizioni. Prima del decennio francese la Calabria non aveva neppure la strada, che più tardi la congiunse a Napoli. Il cardinal Ruffo, sbarcato con 15 uomini, alla Catena, impiegò circa tre mesi per attraversarla, pur non incontrando nel suo cammino che la resistenza di Crotone. Solo dalla spiaggia della Catena, fra Bagnara e Scilla, dove scese agli 8 febbraio, sino a Monteleone, impiegò venti giorni. Se fra il Pizzo e Monteleone vi fosse stata la strada, che vi è oggi, e al Pizzo fosse esistito anche un’ombra di approdo, forse la sorte di Murat sarebbe stata diversa. Anche oggi molti di questi comuni calabresi, i quali hanno la ferrovia, sono sforniti di strade ordinarie; Pizzo non reclama un porto, perché a poca distanza, nello stesso Golfo, ha quello recente di Santa Venere, ma anche il bisogno dei porti è passato in seconda linea, dal momento che c’è la ferrovia, una ferrovia pittoresca, con lunghissime gallerie, su una costa ridente, soprattutto in primavera, e non poco squallore nelle stazioni piccole, più numerose, in molte delle quali non discende nessuno, e nessuno sale sul treno!
Ma lasciamo queste malinconie, e torniamo al Pizzo, anzi al castello, in cui si svolse così rapidamente la tragedia murattiana. Esso non ha nulla di notevole, né per ampiezza, né per bellezza. La prima cosa, che osserviamo, è la prigione, dove Murat fu chiuso, e dove stette sino all’arrivo del generale Nunziante, che gli fece dare una cameretta più in alto, luminosa e umana, in comunicazione con quelle date al generale Franceschetti, al maresciallo Natale e al cameriere Armand. La prigione, dove Murat passò le prime ore, è nella torre detta del Coccodrillo, e ha una piccola finestra con tre ordini d’inferriata. Di là non si scorge che un po’ della facciata dell’antico palazzo del governatore dello Infantado, il quale amministrava i numerosi beni che il Duca dell’Infantado possedeva in Calabria conosciuti sotto il nome di «stato di Mileto». Dalla finestra invece della camera, dove poi stette sino al momento dell’esecuzione, si scopre una larga distesa di mare, sino alla punta della Rocchetta, ultimo limite orientale del golfo di Sant’Eufemia. Il luogo, dove si compì la fucilazione è al livello stesso delle camere: una specie di corridoio scoperto, largo non più di un metro è mezzo, e lungo non più di otto. Il Re salì sopra un piccolo scalino, alla fine di questo corridoio; i dodici soldati sì disposero per quattro, a causa della ristrettezza dello spazio, e i quattro della prima fila dovettero sparare stando in ginocchio. Dalla bocca dei primi fucili, al petto del Re, la distanza non era maggiore di cinque metri. La morte fu istantanea. Cinque palle colpirono Gioacchino in pieno petto, e una sulla faccia, benché egli avesse raccomandato ai soldati di salvargli il viso. Le altre palle andarono a conficcarsi nel muro, e se ne vedono i segni. Eseguita la fucilazione, e constatata la morte, il cadavere del Re fu chiuso immediatamente in una rozza cassa di legno, e a spalle di quattro soldati di artiglieria, venne trasportata nella chiesa di San Giorgio, e buttata nella terza fossa, che non si riaprì più. Il Capialbi aveva ragione, ma egli non sospettava, come nessuno in Pizzo sapeva, neppure i più vecchi, che quella fossa comunicava con le altre sepolture comuni, anzi formavano una sepoltura sola, e perciò, quando il colera del 1837 fece in Pizzo tante vittime, la sepoltura comune fu ripiena di cadaveri, che vi erano gittati dalla prima e dalla seconda bocca della stessa fossa.
Nessuna delle persone del Pizzo, e nessun vecchio presta fede alla voce, che al cadavere del Re fosse stata mozzata la testa, e spedita a Napoli. Una sceleraggine simile non sarebbe passata sotto silenzio, anche perché, dopo la fucilazione, il compianto dei Pizzitani per l’infelice Re, fu pari al loro pentimento. Videro il cadavere tutti coloro che assistettero alla sepoltura, e fra gli altri il Condoleo, il quale registrò nelle sue memorie la circostanza che, nel momento in cui la cassa era discesa nella sepoltura, si aprì, perché male inchiodata, e fu veduto il volto del Re sanguinante e sfigurato. E’ da notare anche che Gioacchino morì da buon cattolico, dopo essersi confessato al canonico Masdea, e che tanto gli ufficiali, che lo condannarono, quanto i soldati, che eseguirono la condanna, erano estremamente commossi, e il generale Nunziante, per non sentire i colpi dei fucili, andò a chiudersi nella stanza più remota del castello. Sarebbe venuto meno il coraggio di compiere così nefando sacrilegio sulla persona di un Re, vincitore in tante battaglie, e morto da cristiano.
Che Murat, prima di morire, abbia ricevuto i conforti della religione, risulta, oltre che dalla relazione, che ne lasciò scritta il Masdea, dall’atto di morte, che si conserva nei registri parrocchiali, e di cui ci facemmo rilasciare una copia autentica. E’ scritto in buon latino, ed è preciso e conciso, a differenza dell’atto dello stato civile, nel quale si chiama Gioacchino Murat, generale francese. Nell’atto parrocchiale è detto: Gallus, ex Rex. Ed ecco, senz’altro, il documento, il quale per la prima volta, io credo, viene alla luce:
« Fidem facio, atque testor Ego infrascriptus, quod anno D.ni 1815, die vero decimotertio Octobris, Pitii, Joachim Murat, Gallus, ex-Rex, Armorum Generalis, detentus in carceribus hujus Civitatis, aetatis suae, annorum quadraginta quinque, SS.° Sacramento Penitentiae expiatus, a commissione militari dannatus: mortem appetit, et fuit ejus corpus in hoc ecclesia Collégiali Sancli Georgi M. sepultus et in fidem.
S. Ih. d.r Carolus Antonius Zimatore Arch.er ».
Il Municipio di Pizzo intende onorare la memoria di re Murat con un ritratto di lui, da collocare sulla casa comunale. L’idea del monumento mi pare abbandonata, dopo l’insuccesso delle indagini per il rinvenimento delle ossa. Oltre che il ritratto, il quale dovrebbe essere affidato a un artista di prim’ordine, sarebbe bene raccogliere tutt’i possibili ricordi di quei giorni, e tentare, di riavere una delle medaglie d’oro, che fece coniare in memoria del fatto, Ferdinando IV, le quali non credo che andassero tutte distrutte. Se di quelle d’oro non sarà possibile trovar traccia, non sarà egualmente impossibile trovarne qualcuna di argento o di bronzo. Una di bronzo esiste nel prezioso, medagliere del conte Camozzi di Bergamo, a lui donata da Silvio Spaventa, che poté ottenerla nel tempo in cui fu al Governo a Napoli, nel 1861. Altre medaglie di bronzo sono possedute dagli eredi del conte Capialbi, da quelli del duca di Bivona, e, dalla marchesa Caterina Gagliardi di Monteleone, la nostra così amabile ospite, la quale ha mostrato, con tutta la sua famiglia, un interesse quasi commovente in questa circostanza. Ella volle assistere con le altre signore di casa Gagliardi alla lunga e malinconica operazione di ier l’altro.
L’antico palazzo dell’Infantado, con tutti i beni del Pizzo, è oggi, posseduto dalla famiglia Gagliardi. Il palazzo sorge sopra una rupe, a picco sul mare. E’ il, puntò più sporgente del Pizzo; e domina tutta la marina, con le sue piccole barche da pesca, e le reti dei pescatori, distese sull’ampio e arenoso lido, e domina altresì tutto il golfo di Sant’Eufemia, donde incomincia, come dice ‘Botta, lo strangolamento’ d’Italia. Da Sant’Eufemia, donde si distacca la nuova linea, che va a Catanzaro, al golfo di Squillace, corrono difatti una quarantina di chilometri soltanto. Questo palazzo dell’Infantado, rimesso a nuovo, offre davvero un’abitazione deliziosa: la rupe sottostante, sino al mare, è un giardino, ricco di fiori e di piante. Quando è sereno, si vede fumare, in lontananza, lo Stromboli. Il palazzo dell’Infantado a breve distanza dal castello, fu per tanti anni la dimora feudale del Pizzo, dove risiedeva l’agente o vicario del duca, ch’era detto governatore. L’ultimo governatore fu Francesco Alcalà, testimone dei fatti del 1815, e cronista. I suoi figli, due, bravi, e intelligenti signori, vivono, e sono generalmente stimati al Pizzo.
R. De Cesare




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