Il Murattismo di Antonio SPINOSA (19/10/2015) - Murat Onlus rievocazioni

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IL MURATTISMO

Le spoglie mortali di Gioacchino Murat sono disperse in una fossa comune nella cattedrale di Pizzo, in quella Collegiata di San Giorgio che egli aveva restaurato con generose donazioni. Ben altra sorte hanno avuto il suo nome e le sue gesta. Il castello aragonese, luogo del suo supplizio, fu chiamato Castello Murat. Una piastra di marmo ne celebrò molte decine d'anni più tardi la « memoria benedetta ». Sorse presto la leggenda intorno alla sua figura. Di notte la gente, colpita dagli avvenimenti, immaginava di sentire rumori di catene nelle navate della chiesa. Era lo spirito di Murat che reclamava vendetta. Spesso il tempio, nei racconti popolari, si illuminava all'improvviso, mentre una voce cavernosa saliva dai sotterranei. Una donna giurava di aver visto Murat lasciare la tomba coperto d'ermellino. E anche del capitano Pernice si diceva che si agitasse nel sepolcro. I preti pensarono ch'era opportuno trasferire altrove le sconcertanti salme. Esumarono il cadavere del capitano, ma rinunciarono a rimuovere le spoglie di Gioacchino. Una donna infatti aveva trovato il modo di placare le agitate coscienze della gente propalando una sua versione degli eventi. « Quella devota donna » scriveva un cronista « affermò di aver avuto una visione, e si mise a perorare il popolo in piena chiesa; nella notte le era apparso un angelo, a dirle che Gioacchino era andato in paradiso per la protezione di San Giorgio. E che San Giorgio, il quale sapeva che il Re doveva dare una grande battaglia e rimanervi morto, memore che gli aveva donato duemila ducati per la costruzione di quella sua chiesa, aveva voluto salvargli l'anima, e perciò lo aveva chiamato al martirio di Pizzo. » Poco mancò che non lo santificassero in un alone di leggenda.
Il popolo e i poeti ne erano affascinati. Byron soggiacque alla sua seduzione; in un'ode scrisse ch'era stato « il colpo mancino d'un fellone ad abbattere quella superba piuma bianca», snow-white plume. Lamartine che aveva vissuto a Napoli nella primavera del 1812, ne esaltava la figura, sebbene i francesi, con antico sciovinismo, avessero smesso di amare il re da quando cominciarono a vedere in lui soltanto un generale che aveva tradito il loro eroe nazionale Napoleone.
« Gioacchino » scriveva Lamartine « appartiene anzitutto al mondo del-l'immaginazione e della poesia: uomo della favola per le sue avventure, uomo della cavalleria per il suo carattere, uomo della storia per la sua epoca. Meritò più di ogni altro la definizione raramente meritata da coloro che servono o governano le Corti: uomo di cuore in tutta la grandezza e la sensibilità della parola. Perciò la storia che avrà entusiasmi e biasimi, avrà per lui soprattutto lacrime. »
Sono espressioni che prendono le distanze dai suoi nemici d'ogni tempo. A suo carico riaffiorano sempre le stesse imputazioni: le gravi responsabilità nell'esecuzione proditoria del duca d'Enghien; la crudele repressione della rivolta spagnola; la fuga dalla Russia; le volute storditezze nella disastrosa battaglia di Lipsia; l'inqualificabile voltafaccia, un vero e proprio tradimento anche se extraordinaire, di quando abbandona Napoleone e si schiera con gli austriaci.
Lamartine lo assolveva. Come altri grandi personaggi della storia aveva commesso errori, sciocchezze e passi falsi dovuti agli ondeggiamenti di un animo inquieto, ma i suoi non erano delitti. Né erano tutte sue le colpe degli spropositi che gli si attribuiscono. Lo dice anche Jean Tulard, un moderno storico francese che conosce in ogni sua piega il mondo napoleonico. Se dunque, ieri, un poeta come Lamartine lo assolveva, oggi, uno storico come Tulard, lo giustifica. Siamo forse alla revisione, per quanto tardiva, di un giudizio nazionalistico e ingeneroso che i francesi avevano sommariamente espresso ai danni di un personaggio che meritava un più felice destino.
La tesi di Tulard è lineare e abbraccia l'intera famiglia napoleonica. Luigi, Giuseppe, Gerolamo, e naturalmente Gioacchino, venivano continuamente rampognati e umiliati dall'imperatore il quale, nel suo crescente cesarismo, si mostrava sempre più sordo alle esigenze altrui e si rinchiudeva nell'orgoglio dei suoi travolgenti successi. La sua totale mancanza di rispetto nei loro confronti ebbe perciò un peso determinante nel crollo morale di Luigi e nella défection di Murat. I napoleonidi, non potendo far valere le loro fondate ragioni, non avevano altre strade da seguire oltre l'abdicazione o il « tradimento ». Era in torto Napoleone, osserva senza mezzi termini Tulard. Le richieste nazionali di Murat e di Luigi erano assolutamente indispensabili alla vita dei loro regni, ma l'imperatore non se ne curava, né pensava minimamente ad assicurarsi con una condotta più comprensiva la fedeltà d'un uomo di pelle delicata come Gioacchino.
Murat fece una scelta italiana, ma fu sincero in questo? Un biografo finissimo, Gino Doria, napoletano, serenamente scriveva affrontando l'intima essenza della questione: « Per accertare se, e fino a qual punto, Murat fosse sincero, come noi crediamo, nello sposare la causa dell'indipendenza italiana, o se, come neghiamo, obbedisce invece a una smodata cupidigia di potenza, è cosa che riguarda il Cuore dell'uomo, e un cuore di uomo non è un archivio né i suoi moti sono filze di documenti. Il problema, pertanto, si pone e non si risolve».
Gioacchino, che ha sempre suscitato la commozione dei poeti e la partecipazione dei letterati, ha finalmente ottenuto sulla sua opera, grazie a Tulard, un giudizio storico obiettivo, molto simile a una riabilitazione che cominci a farsi strada nell'animo dei francesi. Fra gli italiani però è soprattutto la storia, la storia d'Italia, che non può limitarsi a tributargli lacrime. Gli italiani gli devono riconoscenza e gratitudine per l'azione che egli intraprese, primo fra tutti, con l'obiettivo dell'unità na-zionale quando era follia parlarne. Da quell'azione, cer-tamente contraddittoria e perfino venata di vanità e di ambizione sfrenata, nacque il murattismo, un movimento patriottico e unitario che prendeva appunto le mosse dall'esaltazione del re. « Napoli è orgogliosa » dicevano i murattiani «di averlo avuto sul trono. Benché figlio della guerra, vi protesse le arti della pace. Le pallottole soldatesche del Borbone squarciarono l'intemerato petto dell'eroe, ma quella santa e divina ambizione che vi ardeva di volerla libera e indipendente con lui non si spense. »
Il murattismo fu un movimento che, partendo dalla valorizzazione dei napoletani nell'amministrazione del regno a scapito dei francesi, andò ben oltre i sette anni del Governo murattiano di Napoli. Arrivò fino al 1861, l'anno decisivo per l'unità politica nazionale. Il suo va¬lore rimane alto pur non essendo il murattismo riuscito, e sarebbe stata impresa sovrumana più ardua della stes¬sa unità, a unire tra loro tutti gli uomini che in quella unità credevano e che per essa si battevano a costo del sacrificio della vita, come Murat aveva insegnato a Piz¬zo di Calabria.
Si può dire che Murat abbia anticipato il Risorgimen¬to e che la sua voce abbia attraversato l'intero processo unitario italiano, fin dal suo sorgere. Per primo risuonò infatti il proclama che egli emise a Rimini nella fredda primavera del 1815, un proclama sorretto, purtroppo debolmente, dalle armi che egli portò contro gli austriaci avviando le guerre d'indipendenza nazionale che normalmente, ma inesattamente, si fanno cominciare con un trentennio di ritardo, nel 1848 con Carlo Alberto. Le ambizioni unitarie di Murat spirarono con la sconfitta da lui subita a Tolentino (mentre sulla scena militare austriaca già dominava la figura di Radetzky), ma quel rovescio irreparabile non valse a disperdere il significato politico e morale dell'iniziativa anticipatrice. Nel Mezzogiorno d'Italia, a Napoli, il murattismo, ormai senza Murat, ebbe modo di esprimersi e di perpetuarsi in forme diverse. Esso si mantenne vivo anche nella prima fase della restaurazione borbonica. Ufficiali e funzionari che avevano servito Gioacchino erano rimasti ai loro posti, grazie all'azione moderatrice esercitata dal ministro de' Medici sotto l'ala di Metternich che intendeva impedire ai Borboni, tornando a Napoli, di ripetere il bagno di sangue del 1799. In seguito la borghesia meridionale, che si era formata nel decennio francese, potè, con l'apporto della Carboneria, dar man forte alla Rivoluzione napoletana del 1820 che portò o riportò al Governo numerosi ministri murattiani, gli Zurlo, i Ricciardi, i Carascosa. Il generale Guglielmo Pepe ottenne il comando dell'esercito. Ma breve fu il regime costituzionale murattiano il cui buon funzionamento finì con l'impensierire Metternich il quale, da avveduto guardiano dell'immobilismo costituzionale italiano, gettò su Napoli l'esercito austriaco travolgendo i patrioti e Restaurando l'assolutismo fra l'indifferenza delle masse popolari e contadine. Gli esuli meridionali si dispersero negli altri Stati italiani e in tutta Europa per mantenere viva l'idea liberale. Quegli esuli, condannati a morte in contumacia, annodarono altri legami di libertà e d'indipendenza con altri patrioti, in un grande disordine di iniziative ma appassionatamente.
Nella lenta maturazione degli eventi unitari, il murattismo si proiettava nelle nuove generazioni toccando la Francia di Napoleone III. Con Luciano Murat, secondogenito di Gioacchino e cugino del nuovo Napoleone, si riprese addirittura a sperare concretamente nel ritorno di un Murat sul trono delle Due Sicilie, nell'ambito di un assetto italiano egemonizzato dai francesi. Ma Cavour era lì a contrastare quel progetto nel nome di un'altra egemonia, quella piemontese. Lo stesso Luciano, che Napoleone III aveva insignito del titolo di Altezza, era in palese concorrenza con Vittorio Emanuele II e, ancora nel 1861, confermava formalmente le sue pretese dinastiche sul trono di Napoli, nonostante la raggiunta unità.
A parte questi sbandamenti, il murattismo, fin dal 1849, sempre con Luciano che era ambasciatore francese a Torino, aveva rilanciato la sua azione in Piemonte e a Parigi tra gli esuli meridionali. Mentre a Napoli si associavano in segreto nuove leve di patrioti, veniva diffuso un vero e proprio manifesto del movimento, un proclama che riportava il murattismo allo scoperto e che aveva un'intestazione esplicita « La questione italiana: Murat e i Borboni ». Nel proclama si sosteneva che soltanto da Napoli poteva partire il moto di liberazione dell'intera penisola mediante l'insediamento al Sud di una monarchia costituzionale retta da Luciano e sostenuta da un movimento rivoluzionario nazionale filofrancese. I repubblicani però, con Mazzini in testa, espressero tutto il loro sdegno. « L'idea d'impiantare un ramo di dinastia napoleonica nel Mezzogiorno » dicevano « e consacrarlo con una sollevazione di popolo, è delitto di traditori, e bisogna dirlo. La frazione murattista è frazione straniera e creerebbe un fatale antagonismo fra Nord e Sud d'Italia. »
A parte le polemiche sul murattismo, un altro grande repubblicano mostrava invece apertamente di aver subito il fascino di re Gioacchino. Quel repubblicano insigne era Giuseppe Garibaldi, un uomo che, per ardimento e fantasia, gli somigliava intimamente. Garibaldi, « eroico avventuriero », seppe cogliere l'essenza del personaggio. Vedeva in Murat il generale invincibile che, innamorato della sua nuova patria, aveva cercato di guidare un esercito nel tentativo nobilissimo di affermare l'unità e l'indipendenza nazionale. Ambedue, sospinti dalla loro passione, avevano peregrinato in ogni luogo d'Italia, accendendo gli spiriti e trascinando le popolazioni con le loro figure magiche, i loro gesti, il loro coraggio.
Quando Garibaldi, risalendo gloriosamente la penisola fu a Pizzo, rese un devoto omaggio alla memoria del grande generale. Inviò a un'amica carissima, la marchesa Trotti Pepoli, pronipote di Gioacchino, una delle pallottole di fucile che avevano ucciso l'eroe che egli amava. « Mando a lei » scriveva « la palla che tolse ai viventi il prode dei prodi, il valorosissimo vincitore della Moscova, Murat, Re di Napoli. I secchi steli che accompagnano in questa lettera il piombo micidiale sono stati raccolti nel sito ove si consumò la scellerata fucilazione. »
Il fascino di Murat ha avuto in un secolo e mezzo un'alterna fortuna pur senza perdere mai la presa nella fantasia popolare che ha sempre visto in lui un eroe avventuroso e invitto la cui tragica fine ne rendeva ancor più attraente l'immagine. Ed era l'immagine di un personaggio di stampo epico, degno delle antiche Chansons de geste, un Rinaldo redivivo, spavaldo e generoso, impulsivo e ribelle, vigoroso e fragile capace di opporsi perfino all'autorità suprema, quella dell'imperatore, per il trionfo dei suoi diritti e, perché no, delle sue bizzarrie. La sua fucilazione turbò ben presto le stesse folle che l'avevano osannata, e il loro turbamento si sciolse in dolorosi canti di pietà. Vecchi contadini napoletani celavano nel panciotto, come una reliquia, una moneta con la sua effige e la baciavano rimpiangendo i giorni del suo regno.
La sua popolarità ha radici che affondano nell'animo umano e racchiude uno straordinario segreto. Gioacchino fu un eroe scosso continuamente da esitazioni, da debolezze e da ambiguità che lo tenevano legato alle afflizioni della terra, che lo rendevano uomo tra gli uomini, con pregi e difetti. Ma ciò avveniva a un grado altissimo di tensione e di trascendenza da proiettarlo nei cieli dell'allegoria.



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