Cavalleria Napoleonica di Gianluca Scagnetti (19/9/2015) - Murat Onlus rievocazioni

Vai ai contenuti

Menu principale:

News > Impero Napoleonico
La cavalleria napoleonica
di Gianluca Scagnetti
tratto dal libro: "Waterloo"

La cavalleria - che nel corso delle campagne napoleoniche raggiunse l'apice del suo impiego - era considerata un'arma d'assalto; infatti, generalmente un soldato veniva assegnato alla cavalleria anche in ragione della sua maggiore prestanza fìsica rispetto ai fanti. La cavalleria si suddivideva in leggera (cacciatori - chiamati ussari o ulani in Europa centrale - e lancieri, nati dopo il 1810 per trasformazione di alcuni reggimenti di dragoni), media o di linea (dragoni) e pesante (carabinieri e corazzieri).
Teoricamente, i compiti di quella leggera venivano limitati alle missioni di esplorazione, alle incursioni, alla formazione di schermi a beneficio dello schieramento amico e alle cosiddette scaramucce nelle quali venivano impegnate le unità nemiche. Però, all'atto pratico, anche la cavalleria leggera trovava sovente impiego nelle cariche o veniva assegnata ai corpi d'armata di fanteria per missioni di ricognizione avanzata, di protezione dei fianchi della retroguardia e per la formazione degli avamposti della colonna principale. La cavalleria pesante, invece, era preposta allo sfondamento. Essa attaccava direttamente le formazioni nemiche caricandone lo schieramento e, nell'impeto dell'assalto, apriva a forza degli ampi varchi per la successiva azione della fanteria. Era lei di solito a sostenere l'urto principale durante il combattimento, affrontando il nemico schierata compatta su un ampio fronte, in maniera analoga a quanto faceva la fanteria, sfruttando però il successo di quest'ultima per sfondare il fronte indebolito e inseguire poi i reparti avversari sopraffatti e in fuga.
Normalmente, la distinzione tra cavalleria leggera e pesante implicava anche la differenza delle cavalcature, chi dovevano avere caratteristiche attinenti il loro impiego; giovani e veloci, infatti, erano i cavalli destinati alla cavalleria leggera, più anziani ma di maggiore taglia e potenza se destinati alla pesante. Anche se a quei tempi una carica di cavalleria aveva luogo su distanze ridotte, i cavalieri dovevano assolutamente evitare di fare arrivare le loro bestie stremate al termine dell'azione, per non rischiare di rimanere esposti ai contrattacchi nemici. 
Illuminante al riguardo, risulta l'esempio fornito dalla famosa carica del 2° Dragoni a La Haye-Sainte (le celebri Scots Guards di Wellington), dove cavalieri britannici si lasciarono trascinare dall'entusiasmo lanciandosi anch'essi in battaglia nonostante fossero stati precedentemente destinati al ruolo di unità di riserva della Union Brigade. Al primo contatto - come sovente accade - in quei casi - l'azione venne coronata da un successo spettacolare, poi però i cavalli, rimasti senza fiato a causa dell'impetuosa cavalcata, resero i loro cavalieri dei facili bersagli  per i lancieri di Jaquinot che erano passati al contrattacco.
La cavalleria era l'arma prediletta da Napoleone, e con lui conobbe uno dei momenti più gloriosi della sua storia.
Accadde nel 1809, quando incorporò nelle sue divisioni numerosi purosangue razziati nei vari territori d'Europa da dove era transitato l'esercito francese nei due anni precedenti. In seguito, l'imperatore istituì un corpo di cavallaria di riserva, traendo elementi dai preesistenti reggimenti medi e pesanti e raccogliendo i reparti sparsi nelle varie divisioni di fanteria. A essa assegnò la fondamentale funzione di unità di sfondamento. La riserva di cavalleria divenne così un formidabile ariete da lanciare contro il nemico quando questo risultava ormai usurato dalla pregressa azione della fanteria, ma venne utilizzata anche in azioni risolutive, quando per l'Armée la situazione diveniva critica. Al fine di aumentarne la potenza, Napoleone impiegò la sua cavalleria schierandola sul campo di battaglia nella forma di massicce colonne che si susseguivano tra loro. Però a Waterloo non andò come avrebbe voluto, quella volta le ripetute cariche delle unità di Ney, scoordinate dall'azione della fanteria e da quella dell'artiglieria, non mutarono le sorti dell'Armée du Nord: le continue ondate di squadroni lanciati contro l'avversario si infransero sui quadrati formati dalle fanterie di Wellington.
I "quadrati" costituivano l'unica formazione in grado di offrire ai reparti di fanteria appiedata una protezione dalla furia della cavalleria. Se caricati da forze montate, i soldati dovevano disporsi spalla a spalla su tre ranghi e fare fuoco contro i cavalieri che li assaltavano quando giungevano a distanza ravvicinata. La cavalleria, invece, affrontava un quadrato di fanteria attaccandone gli spigoli, allo scopo di costringere i fanti a fare un uso delle loro armi in obliquo, una modalità di tiro che però li rendeva impacciati nei movimenti e dunque più vulnerabili. La fase successiva degli at-tacchi ai quadrati della fanteria prevedeva l'effettuazione di tiri da parte dell'artiglieria ippotrainata che accompagnava la cavalleria nell'assalto: il fuoco dei cannoni spazzava via così quelle masse di uomini accalcati tra loro aprendo dei varchi. A questo punto, di solito, la formazione di fanteria veniva a tal punto scompaginata da rimanere esposta alla micidiale azione delle sciabole dei cavalieri.
Ma non è possibile trattare della cavalleria francese e del suo modo di operare senza alcune considerazioni sull'impiego dei cavalli, dato che i cavalli furono le prime vittime sacrificali della sua evoluzione. Basterà riflettere sulle cifre: solamente il giorno 18 giugno 1815, alla fine della battaglia di Waterloo, sul terreno si contarono 10.000 cavalli uccisi e - a parere di alcuni esperti del settore - ancora oggi la popolazione equina del Vecchio continente starebbe risentendo degli effetti provocati dalle perdite verificatesi i primi anni dell'Ottocento. Erano le bestie a dover sopportare il peso dei carichi dei soldati che le cavalcavano e non si trattava di poca cosa, dato che i cavalieri erano armati di sciabola (lunghe e dritte quelli della cavalleria pesante, corte e ricurve quelle della leggera), moschetto e pistole da sella, inoltre erano bardati ed equipaggiati, per cui un dragone giungeva addirittura a pesare oltre 170 chili.
Nell'armata francese la carenza di cavalli si manifestò già nel 1805, quando risultarono insufficienti gli animali da destinare alla cavalleria, all'artiglieria ippotrainata e al "traino" (o treno logistico), cioè al sistema di rifornimento dell'esercito sul campo di battaglia. Ma a seguito della ritirata di Russia del 1812 per Napoleone si creò una situazione ancora più difficile. Fin dalle fasi iniziali di quella terribile campagna, le cavalcature dei francesi vennero decimate; inoltre, dopo che quel che rimaneva della Grande Armée si era lasciato dietro le spalle la Prussia e i territori tedeschi, non potè più disporre degli allevamenti che si trovavano lì. Di conseguenza Napoleone dovette ridurre gli organici della  sua cavalleria e non soltanto: in quello stesso periodo di declino divennero scadenti anche la doma e l'addestramento. Il risultato della cattiva cura delle bestie (sia nelle scuderie che sul campo) ebbe l'effetto abbassare il livello delle capacità dell'arma.
Generalmente, i cavalieri di Napoleone restavano più tempo in sella rispetto a quelli britannici o prussiani, ma così facendo stancavano maggiormente le loro bestie. Al contrario dei francesi, invece, gli inglesi non enfatizzarono eccessivamente l'impiego della cavalleria: in fin dei conti il Regno era una potenza marittima e i reparti montati risultavano meno agevolmente trasportabili di quelli appiedati. Risulta inoltre che i soldati della cavalleria britannica fossero notevolmente più indisciplinati di quelli degli altri eserciti europei. Non molto marcate, infine, furono nell'esercito britannico le differenze tra cavalleria leggera e pesante, laddove i reparti di lancieri fecero la loro prima comparsa soltanto dopo la guerra.


Torna ai contenuti | Torna al menu