Monumento a Bari di Bianca Tragni (2/2/2015) - Murat Onlus

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Bari ingrata, Gioacchino Murat attende ancora il suo monumento
di Bianca Tragni
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I cittadini scrivono ai giornali per perorare la causa di un monumento a Gioacchino Murat, in occasione del secondo centenario (25 aprile 2013) della nascita di Bari murattiana, cioè la Bari moderna e progressiva che conosciamo e che si è formata in questi duecento anni, scrollandosi di dosso il vecchio stampo medioevale di cui l’avevano sempre ammantata i Borbone. I giornali pubblicano, ma niente di più. Le istituzioni ignorano; il mondo della cultura tace. Possibile che in questa città chi riesce a smuovere le acque oggi siano solo escort-imprenditori corrotti-faccendieri-politicistar e ladri d’ogni specie? Possibile che il fascino della storia, della cultura, della grandezza di un tempo non smuova e non commuova più nessuno?

Eppure Gioacchino Murat, grande soldato e maresciallo napoleonico, marito di sua sorella, re di Napoli per volontà dell’allora padrone d’Europa Napoleone Bonaparte, ha significato tanto nella storia del Sud e di Bari in particolare. Nei circa dieci anni che re Gioacchino (dopo un breve periodo di re Giuseppe, fratello di Napoleone) governò il Sud, si videro grandi cose: l’abolizione della feudalità, il riconoscimento del merito (i migliori talenti furono chiamati a collaborare con lui), la riorganizzazione amministrativa (nasce il Comune, l’anagrafe, la pianificazione economica ecc.ecc.), l’avvio di grandi opere come la nuova Bari. Uscita finalmente dalle antiche e strette mura medievali del borgo marinaro (attuale “Bari vecchia”), la città si espande lungo direttrici razionali e geometriche: le strade diritte parallele e perpendicolari una all’altra, in un reticolo perfetto e ampio di palazzi moderni, cioè ottocenteschi.

Quando Murat fu a Bari, nel suo giro in Puglia, preceduto e accompagnato dall’altamurano don Luca de Samuele Cagnazzi, lo scienziato-funzionario di altissimo ingegno e di provatissima moralità, perseguitato dai Borbone perché in gioventù aveva aderito alla Repubblica del 1799, rimase proverbiale il modo rapido, corretto, equo, generoso con cui furono affrontate tutte le questioni, le domande, le aspettative che i cittadini baresi vollero sottoporgli. Si respirò aria di giustizia, in quei giorni a Bari.

E di modernità, e di libertà. Cose nuove, cose splendide che poi furono affossate dall’evolversi degli eventi e dal ritorno dei Borbone. Eppure, prima di chiudere la sua vita breve e gloriosa, Gioacchino Murat, per non finire nel crollo dell’impero napoleonico dopo Waterloo, tentò col proclama di Rimini di risvegliare il sentimento di patria negli Italiani. Ma era troppo presto, altri drammi si dovevano vivere in Italia perché maturasse il sentimento della Italianità. Murat ha il merito di averlo precorso.

E in riconoscimento di tutto questo vi è solo una targa con un piccolo busto in bronzo all’angolo fra corso Cavour e corso Vittorio Emanuele II, sullo spigolo di quello che fu il palazzo Motta. Ma è così in alto e così scura che risulta quasi illeggibile. Oggi ci vorrebbe un monumento moderno, di facile leggibilità nel suo messaggio di progresso e speranza nel futuro; sì, proprio oggi, in tempo di crisi, occorrono segni e testimonianze forti del passato che incoraggino ad andare avanti, come fu in altre epoche altrettanto critiche e forse ancor più difficili. Sapranno i baresi, così attivi e intraprendenti, onorare il “loro” re Gioacchino Murat?


17 maggio 2012
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