Il Contributo di Gioacchino Napoleone Murat di Sergio D'Arrigo (5/2/2011) - Murat Onlus

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Rimini, lì 05.02.2011
Il Contributo di Gioacchino Napoleone Murat
di Sergio d’Errico
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Rimini, lì 05.02.2011
Il Contributo di Gioacchino Napoleone Murat
di Sergio d’Errico
Le Vicende di Gioacchino Murat, re di Napoli dal 1808 al 1815, si intrecciano con
l’epopea di Napoleone Bonaparte in Italia.
“L’espressione geografica”, con Napoleone, aveva raggiunto una sorta di unità nazionale, seppure sotto il controllo più o meno diretto della Francia.
Alla data del 1810, la Penisola Italiana politicamente era suddivisa in tre realtà amministrative sotto il controllo militare francese:
1. Piemonte, Toscana, Umbria e Lazio facevano parte integrante dell'Impero Francese;
2. Lombardia, Triveneto, Emilia Romagna e Marche formavano quello che si chiamava Regno d'Italia, di cui era stato nominato Vicerè Eugenio Beauharnais, figliastro dell'Imperatore. Eugenio esercitava però un potere molto formale: le decisioni importanti erano prese a Parigi;
3. Il Regno di Napoli, che comprendeva in pratica tutta l'Italia Meridionale tranne la Sicilia. Re di Napoli era Gioacchino Murat(1808), cognato di Napoleone, poiché ne aveva sposato la sorella Carolina.
L'autonomia di Murat era relativa, poiché che le cariche più importanti erano nelle mani di fiduciari dell'Imperatore, il quale aveva, in ogni modo, il potere di intervenire in qualsiasi momento nella politica del Reame con tutto il peso della sua indiscussa autorità.
Il Regno d’Italia – Napoleone Bonaparte era il Re e Eugenio de Beauharnais il Vicerè – e il Regno di Napoli (Giuseppe Napoleone e Gioacchino Murat) fornirono denaro e uomini ai francesi durante il periodo napoleonico: nei ranghi dell’esercito francese (la Grande Armée) tra il 1797 e il 1814 passarono più di 200.000 uomini (125.000 dei quali caddero
in battaglia o morirono di malattia).
Nell’ambito del processo di modernizzazione amministrativa, economica, civile e culturale avviato nel nostro paese da Napoleone, la formazione dell'Armata "Italica" è un avvenimento centrale, che travalica la storia militare per investire le vicende della società, del modo di pensare e, del costume. Al modello dell’esercito permanente al servizio del sovrano, in una concezione di esercito professionale e di mercenari si contrappone l’idea di “esercito della nazione”. Il superamento della concezione localistica, nei singoli stati italiani, fu dovuta alla nuova visione del cosmopolitismo di natura prettamente Illuministica. Negli anni trascorsi al servizio nei reggimenti dell'armata del Regno Italico una buona parte di quegli uomini
arruolati, considerati cittadini e non più sudditi, imparò a superare le barriere interposte dalle tradizioni, dai costumi, dai diversi dialetti e maturarono nelle loro coscienze un sentimento nazionale e un patriottismo che, seppure allo stato nascente, andavano di là dal localismo municipalistico, sino a quel momento dominante.
Furono soprattutto gli uomini che prestarono servizio nella Grande Armée a diffondere le idee innovative e di libertà.
Altro elemento di modernizzazione fu costituito dalla introduzione del Codice Civile o Codice Napoleonico (1804) che conservava e consolidava i principî fondamentali del 1789: libertà, uguaglianza, laicità dello Stato, la proprietà privata ,considerata un diritto assoluto, il divorzio; la codificazione doveva rappresentare il trionfo della ragione giuridica di
stampo illuminista, in grado di trasfondere il diritto naturale e consuetudinario nei codici, modificando i principi, fumosi e generici, del diritto precedente.
Il Codice Napoleonico, che considerava i diritti dell’uomo enunciati dall’illuminismo, fu introdotto in Italia: “Cittadini e non Sudditi”, si presentò esso stesso come elemento di razionalizzazione e di conservazione sociale.
Nel Codice, si delineò la composizione di un Nuovo Blocco Sociale, Conservatore e Liberale che raccoglieva: la classe dei Funzionari Amministrativi, per l’efficienza della Pubblica Amministrazione (il ministro Colbert dall’epoca di Luigi XIV aveva creato una burocrazia statale accentratrice), la Borghesia Cittadina, le professioni liberali, i Ceti Produttivi, i Piccoli Proprietari Terrieri, i Militari di provenienza cittadina.
Murat nel 1809 consolidò l’introduzione del “Codice Napoleone”, del “Codice di commercio francese”, e nel 1812 il “Codice Penale”; furono istituiti nuovi tribunali, corti ed uffici del registro. Per le opere pubbliche, Murat destinò una forte somma annuale ed istituì il “Corpo di Ingegneri di ponti e strade” che ebbe il compito della loro realizzazione.
Portò a compimento l'abolizione dei privilegi del feudalesimo, ciò favorì la formazione di una media borghesia terriera e mercantile.
Nel 1808 Murat istituì a Napoli il Corpo degli ingegneri di ponti e strade, con competenze in materia di opere pubbliche e nel 1811 la relativa Scuola di applicazione, da cui avrà origine successivamente, nel 1935, la Facoltà di ingegneria.
I tecnici chiamati inizialmente a formare il Corpo erano che architetti, poiché soltanto il nucleo direttivo, provenendo dalle accademie militari, era particolarmente versato nei lavori stradali e idraulici.
Il progetto, mediante la scuola, puntava a creare nel giro di pochi anni i nuovi ingegneri civili.
L'istituzione favorì immediatamente l'abbandono di metodi di attribuzione degli incarichi pubblici basati sul censo e sulle amicizie: furono quindi promosse, in un regime di piena autonomia decisionale, l'emulazione, la concorrenza nel merito e l'acquisizione di esperienze scientifiche e tecniche condotte in équipe e poi consolidate a livello corporativo.
Nacque così la nuova figura dell'ingegnere di Stato, la cui carriera si sarebbe fondata su una logica meritocratica, con l'abolizione del sistema della cooptazione, i corsi di preparazione furono aperti a giovani appartenenti a una borghesia capace del loro diretto mantenimento all'istruzione.
Gioacchino Murat ebbe la capacità di introdurre nell’Italia meridionale anche elementi di ordine giuridico stravolgendo un ordine sociale arretrato, gli stessi borboni utilizzarono, in seguito, i funzionari di formazione murattiana nel loro apparato statale (funzionari amministrativi e militari).
Ulteriore elemento d’innovazione è stata la Mobilità Sociale che fu un tratto caratterizzante dell’Epoca Napoleonica: Murat, garzone di scuderia, nonché figlio di un albergatore che divenne re, Bernadotte che da soldato semplice divenne maresciallo di Francia e poi re di Svezia [l’attuale famiglia reale di Svezia discende da lui], Massena da semplice marinaio a Maresciallo di Francia, lo stesso Napoleone Bonaparte da ufficiale subalterno di artiglieria a Imperatore dei Francesi, la Grande Armata Napoleonica fu un grande acceleratore della Mobilità Sociale.
Un altro fattore decisivo della forza dell'esercito napoleonico era rappresentato dalla valorizzazione dell'ambizione individuale. È nota la famosa affermazione secondo cui “ogni soldato portava nel suo zaino il bastone di maresciallo”, la promozione per meriti acquisiti sul campo di battaglia fu uno stimolo concreto per il combattente napoleonico.
D'altra parte Napoleone fu sempre attento a stimolare l'emulazione, creando un sistema di onorificenze ordinato per gradi, a partire dalla prestigiosa Croce della Legion d'Onore."
Il sistema del blocco sociale napoleonico, introdotto nel Mezzogiorno d’Italia nel periodo murattiano, fu di carattere borghese/conservatore, fortemente antigiacobino, che rappresentava la piccola e media proprietà terriera e le professioni liberali, funzionari amministrativi inquadrati in un’organizzazione dello stato fortemente centralizzata, con riconoscimenti sociali ai ceti produttivi.
Questa connotazione consentì una penetrazione ed un radicamento nella struttura sociale [a differenza del periodo giacobino], tale da continuare durante le fasi post napoleonica, che si espresse con l’aspirazione all’indipendenza e all’unità nazionale.
La partecipazione diretta di questi ceti sociali agli eventi risorgimentali dimostra come profondo fosse stato il radicamento dei nuovi assetti sociali che si andava a delineare.
Erano, anche, i segnali della rivoluzione industriale che si affacciava prepotentemente, in Italia, e i ceti produttivi si presentavano come la nuova classe dirigente, capace di sostituire la vecchia classe legata all’Ancien Régime. Profondi cambiamenti erano avvenuti nella penisola negli anni della dominazione francese, e sia lo spirito nuovo sia la consapevolezza degli italiani impedì che con la restaurazione vi potesse essere un ritorno al passato. Ciò avvenne perché, a differenza del periodo rivoluzionario (giacobino), il cambiamento avanzava allo stesso ritmo dell’industrializzazione, che aveva l’esigenza vitale della libertà di mercato, libertà di movimento delle merci, del denaro e degli uomini.
La posta in gioco era molto alta, infatti, si trattava non solo della formazione di una nuova classe dirigente, ma soprattutto di un nuovo sviluppo economico basato sulle attività produttive e commerciali, tutto ciò impedì che con la restaurazione vi potesse essere un ritorno al passato; trascorse poco tempo, infatti, per rimettere in discussione l’ordine internazionale disegnato per la restaurazione: già negli anni venti, a soli cinque anni dalla conclusione del congresso di Vienna ci fu la ripresa dei moti carbonari.
In questo quadro il generale Murat, divenuto re di Napoli (1808), è un figlio dei tempi che ha recitato bene la parte che la storia gli ha assegnato.
Egli, valente ed ardimentoso generale, impetuoso, a volte trasgressivo, e sempre alla testa dei suoi uomini nelle cariche di cavalleria nei vari teatri di battaglia, fedelissimo di Napoleone Bonaparte, fu sempre al suo fianco nei momenti critici, dal 18 brumaio alle cariche di cavalleria in Egitto e in Russia, partecipò alla vittoria di Marengo del 14 giugno 1800, fu tra gli artefici del successo ad Austerlitz (2 dicembre 1805), con l'audacia e la capacità di guidare gli uomini in battaglia arrivò alla vittoria di Eylau (8 febbraio 1807) dove dove guidò la più imponente e celebre carica di cavalleria delle batteglie napoleoniche.
L’azione di Murat a Napoli fu sostanzialmente positiva: introdusse il codice napoleonico, iniziò grandi opere pubbliche, costruì strade, cercò di modernizzare le città, prosciugò le
zone paludose e insalubri, represse il brigantaggio in Calabria.
Nell’ azione di repressione i francesi usarono metodi duri e cruenti, questa azione fu affidata dapprima al generale Andrè Massena e poi al generale Charles Antoine Manhès.
Chi dava aiuto ai banditi veniva considerato egli stesso un bandito.
I familiari dei latitanti erano sottoposti a forti restrizioni. Alle case che avevano ospitato o c’era il sospetto che potessero ospitare dei briganti venivano murate porte e finestre. Ai contadini che si recavano nei campi era fatto divieto, pena la fucilazione, di portare viveri con sé. Ai briganti uccisi in combattimento o giustiziati si procedeva al taglio della testa, che era poi collocata su un palo o in una gabbia, esposta in pubblico .
Oltre ai problemi di ordine pubblico, il decennio di governo francese (1806-1815) rappresentò per il Regno di Napoli un'epoca di grandi riforme politiche e amministrative. Oltre che per le Leggi eversive della feudalità, emanate dal Re Giuseppe Bonaparte il 2 agosto 1806, per sancire la fine di ogni diritto feudale, la riforma napoleonica attuata dal Murat è da ricordare per il riordino delle circoscrizioni amministrative, che servì a dare un nuovo assetto politico a tutto il territorio, venne definita la divisione del Regno di Napoli in province, distretti e capoluoghi.
Il contributo, che Murat diede alla causa italiana, fu di aver concepito un’idea di unità nazionale volendo unificare il regno italico, dopo l’abdicazione di Beauharnais, a quello napoletano, e nel Proclama di Rimini [Proclama agli Italiani] manifestò questa sua volontà. L’invito fu rivolto a quelli che avevano vissuto l’esperienza del cambiamento e alle nuove generazioni formatesi nel periodo napoleonico.

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