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(Sommario)

 

 

Associazione Culturale Gioacchino Murat Onlus di Pizzo

- iscritta al Registro degli enti ed Associazioni culturali della regione calabria  - Codice Fiscale e Partita Iva 02521880795
  -  Presidente Giuseppe Pagnotta
 

MURAT ONLUS Eventi del 2013


 

 

Validita' Risorgimentale  del  messaggio murattiano

di Loris Grifi

 

 

L’impresa murattiana, che sfavorevolmente si concluse nella battaglia di Tolentino, va considerata come un rigurgito del mondo napoleonico o non piuttosto come il primo grande evento del Risorgimento italiano? E’ questa una domanda ricorrente. - 

    La lettura dei Proclama di Rimini, in cui vengono chiaramente enunciati i principi di libertà e unità, idee matrici dell’epopea  risorgimentale, ed il fatto che alla Rancia accanto all’esercito napoletano fossero schierati volontari di altre regioni di Italia, farebbero propendere per la seconda ipotesi. In merito, però, sorge spontaneo un duplice ordine di riserve. Il primo si riferisce alla persona da cui partì l’iniziativa: uno straniero; ed il secondo, alla particolare situazione politica in cui questi si era cacciate tra l’ostilità di Napoleone  e quella degli alleati: «a Dio spiacente ed ai nimici sui » direbbe Dante.Che Gioacchino Murat fosse straniero è fuori dubbio, se si voglia considerare tale termine nella sua normale accezione - lessicale; ma per quanto ci interessa, sarebbe opportuno stabilire se egli credesse o meno nel riscatto del popolo italiano ed, in caso positivo, se questo problema rappresentasse  il movente della sua impresa militare,. Napoleone ha risposto negativamente, come risulta anche dalle parole della lettera diretta alla sorella Carolina: « Vostro marito è molto valoroso sul campo di battaglia, ma è più debole di una donna o di un frate quando non vede il nemico, non ha nessun coraggio morale ».

La risposta del Carducci è invece positiva: « L’impresa di Gioacchino Murat era  passata come una meteora, ma i giovani ci avevano fissato gli occhi, Alessandro Manzoni lasciando in disparte gli Inni Sacri e  Pellegrino Rossi lasciando dietro la cattedra di  Bologna; e a lungo se ne ricordano i bagliori nel regno per le Marche e la Romagna».

- Forse il senso poetico, più acuto di quello Politico può aver toccato la verità. Se Murat, infatti, avesse agito soltanto per necessità di sopravvivenza o per puro calcolo politico, avrebbe per la seconda volta potuto passare dalla parte dei monarchi alleati e, quindi sedere al Congresso di Vienna, allorché, lanciato il Proclama e cacciati gli austriaci da Modena, ed occupata Firenze, si vide correre incontro un plenipotenziario della parte avversa con l’assicurazione della conservazione del trono, se si fosse unito alla lega europea. E’ nota la sua risposta: « E’ troppo tardi: l’Italia vuol essere libera e lo sarà ». Peraltro il moto insurrezionale contro l’assolutismo, che provocò il primo esperimento dell’ottocento di regime parlamentare in Italia, seppur messo a dura prova dal separatismo siciliano e tradito dalla malafede di Ferdinando I di Borbone, scoppiò nel napoletano nelle file di quell’esercito nel quale il Murat aveva non solo lasciato il ricordo di uomo coraggioso, gèneroso e leale, ma anche  i fermenti di lotta per la libertà. E furono proprio due ufficiali di cavalleria, l’arma in cui il Murat stesso aveva brillato, ad innalzare il vessillo della Carboneria. La stessa fine di questo re sfortunato può fornire inoltre qualche indicazione circa la sua convinzione nella possibilità di riscatto del popolo italiano.

Dopo Waterloo, salpato da Tolone, con l’intenzione, di riunirsi alla moglie ed ai figli ospiti dell’Austria e di adottare il nome di conte di Lipona (anagramma di Napoli), mutò rotta e sbarcò, quasi solo, a Bastia. Lì, ospite, di un suo antico genera­le, fu assalito dalla cocente nostalgia del regno perduto e, forse, dell’unificazione. Fidando sull’appoggio del partito antiborbonico, decise, senza indugio, quel colpo di mano che lo portò alla cattura ed alla fucilazione, affrontata con il magnifico coraggio che, ad Abukir, gli valse il grado di generale. Rifiutò la benda esclamando: « Troppo spesso ho sfidato la morte per  temer1a ». Il suo corpo, gettato nella fossa comune, è restato stretto alla terra dalla quale partì la sua grande impresa, confuso con le ceneri della gente in cui aveva creduto.

 ­Non sembra quindi essere stata quella di Murat l’azione di uno straniero in terra di conquista o la mera risultante di una particolare situazione politica. Resta comunque inoppugnabile il fatto ‘che” il suo ‘Proclama non riuscì a scuotere  e ad entusiasmare il popolo italiano. Forse  perché il popolo era, proprio lui, «straniero » alle idealità di una patria libera e unita. Quanto afferma il Carducci è vero:La voce del Re di Napoli fu avvertita dagli spiriti  più aperti al nuovo corso della sto­ria d’Italia, ma non certo dalla massa popolare. L’alba del riscatto non aveva ancora diradato le tenebre del servaggio. Del resto  anche Giacomo Leopardi si oppose al messaggio murattiano con l’ <<Orazione agli Italiani>>, per  la  liberazione del Piceno reputando folle il tentativo di sollevare l’Italia e di strappare dei sovrani affettuosi ed amabili alla fedeltà dei loro sudditi. Lo stesso Leopardi, che qualche anno dopo, si sentiva ardere da quello amor di Patria stupendamente espresso nei canti patriottici e che, nello scorcio della sua vita, trascorse in terra napoletana, dolorosamente cantava nei « Paraliporneni » la sconfitta. di Tolentino.

Gli Italiani, come sempre avviene nella storia allorché si avverte il senso del proprio destino dopo un lungo smarrimento, non avevano ancora chiara la linea della loro funzione morale e civile nel consesso dei popoli, quale espresse il Gioberti nel suo “Primato”. Non avevano raggiunto la certezza di essere unità vivente in seno alla umanità  con il possesso  delle energie atte  ad affermare le proprie ragioni di vita. Solo dopo maturata una coscienza in proposito, attraverso il duro calvario che accompagna ogni ascesa e che vede una delle sue prime tappe nei moti maceratesi, risulterà ineccepibile la risposta del Mazzini al Lamennais che lo esortava a tergiversare, a non impegnarsi in azioni dirette, in attesa  di favorevoli eventi che potessero sorgere e venire dall’esterno: <<La rigenerazione dell’Italia non, può compiersi per fatti altrui>>. E come può esistere dignità d’uomini o popoli dove la libertà porta sulla fronte il segno. del beneficio altrui?.

 

 

 

 

 

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Copyright © 2013 Associazione Culturale "Gioacchino Murat" Onlus di Pizzo. Ultimo aggiornamento: 01-01-2013