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(Sommario)

 

 

Associazione Culturale Gioacchino Murat Onlus di Pizzo

- iscritta al Registro degli enti ed Associazioni culturali della regione calabria  - Codice Fiscale e Partita Iva 02521880795
  -  Presidente Giuseppe Pagnotta
 

MURAT ONLUS Eventi del 2013


 

LA MORTE DI NAPOLEONE


Maschera mortuaria di N. presa dal Dr. Antonmarchi (Museo dell'Armata, Parigi)
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Las Cases, allarmato, più di una volta (leggiamo nel Memoriale di Sant'Elena) accenna a strani e gravi disturbi di Napoleone. Che via via si aggraveranno. Temendo di essere eliminato Napoleone non vuole ricevere alcun dottore, "perché inglese".

Siamo ora alla fine di aprile, del 1821, alle ultime tre settimane di vita di Napoleone. Parrebbe che il destino gli voglia concedere la bella morte: il giorno dopo il suo riassunto politico (il "Testamento", che riportiamo a parte) è senza dolori e senza affanno, sommerso nelle nebbie della speranza.
 
"Quando io sarò morto ognuno di voi tornerà in Europa; rivedrete le vostre donne ed io frattanto incontrerò nei Campi Elisi i miei soldati. Tutti mi verranno incontro: Davout, Duroc, Ney, Murat, Massena, Berthier, Desaix e noi parleremo delle comuni imprese. Narrerò loro le ultime vicende della mia vita; quando mi vedranno, li prenderà l'antico entusiasmo, l'antica gloria. Allora ci intratterremo con gli Scipioni delle nostre guerre, con Annibale, Cesare e Federico. Sarà una gioia. Purché quaggiù in terra non prendano paura vedendo tanti soldati insieme".
 
Cosí vaneggia il morente. Mai nelle molte migliaia di testimonianze lasciate si rivela piú chiaramente l'ingenuità dell'animo suo che in questo semidelirio. La sua mente si rappresenta infantilmente il paradiso eroico, sente i propri generali uniti a quelli dell'antica Roma, ravviva un paradiso idilliaco in cui si parlerà di cannoni e di guerra. Mentre sta ancora parlando così, entra nella camera il medico inglese che egli alla fine ha acconsentito a ricevere.

Nello stesso istante s'interrompe la melodia flautata del suo cuore, tornano ad echeggiare i tamburi, l'uomo di Stato si rende conto di quella presenza, senza alcun passaggio cambia tono, come sempre soleva fare, ed ecco come annuncia con un ben contesto discorso la sua morte ufficiale:
 
"Avvicinatevi, Bertrand, e traducete a questo signore letteralmente tutto quello che io vi dirò: "La mia morte è la conseguenza di offese degne della mano che me le causava. Mi ero affidato al popolo britannico per assidermi al suo focolare. Contro ogni diritto delle genti mi si pose in ceppi... L'Inghilterra persuase i sovrani, cosí che il mondo assistette allo spettacolo inaudito di quattro grandi Potenze che si lanciano addosso ad un solo uomo. Come mi avete trattato su questo scoglio! Non vi è indegnità, non vi è orrore di cui non vi siate fatto una gioia di abbeverarmi... Con freddo calcolo mi avete lentamente assassinato! Il governatore miserabile era lo sgherro dei vostri ministri. Io muoio come la superba repubblica di Venezia... Lego l'obbrobrio e la vergogna della mia morte alla famiglia regnante d'Inghilterra ".
 
Dopo questo sfogo ricade sui suoi cuscini. Il medico rimane sconcertato, e confusi sono in fondo anche i suoi compagni. Che è stato? Un epilogo, una protesta, una maledizione? È stata un'azione politica.
Quella notte Napoleone si fa leggere pagine intorno alle campagne di Annibale.
Il giorno dopo, il 21 aprile, due settimane prima della fine, fa venire l'abate di Corsica. Da che è qui, gli ha fatto leggere la messa ogni domenica, ma non se lo è mai fatto venire in casa. Ora gli dice: " Sapete cosa è una camera ardente? Avete mai prestato servizio in alcuna? No? Bene, fatelo nella mia ". Ed entra poi in minuti particolari. "Quando sarò morto, appoggerete il vostro altare contro il mio capezzale nella camera ardente; continuerete a celebrare la messa, farete tutte le cerimonie d'uso, non cesserete che quando io sarò sottoterra".

La sera il sacerdote rimane quasi un'ora da lui. Poichè egli vi si è recato senza alcuna sacra suppellettile, in quell'ora può soltanto essersi intrattenuto con lui, non vi può essere stata confessione, giacché né quel giorno né il precedente né mai da quasi quarant'anni si è comunicato.
Il malato è molto deperito, da settimane non ha potuto radersi, ha un penoso aspetto. Fa portare il letto nel salotto, perché la camera da letto gli è troppo angusta. È squassato da spaventosi crampi allo stomaco. Passata la crisi tornano a venirgli in mente nomi di persone alle quali vuol lasciare dei legati. Di tanto in tanto ha sogni sereni, gli appaiono figure di donna, ma non Maria Luisa. "Ho veduta la mia buona Giuseppina, ma, non mi ha voluto abbracciare... Non era mutata, era ancor sempre piena di affetto per me. Mi disse che presto ci saremmo riveduti per non dividerci piú. Mi assicurò... l'avete veduta voi? " È un sogno, come quello dei suoi soldati, nel paradiso favoloso.

Quando si sente meglio si fa leggere le ultime gazzette, si eccita a proposito di un attacco contro di lui (sulla morte di Enghien), si fa recare il testamento che aveva già ripetutamente sigillato con gran pena, lo apre e scrive, senza pronunciare una parola, con la mano tremante:
"Ho fatto arrestare e giudicare il duca di Enghien, perché ciò era necessario alla sicurezza, all'interesse e all'onore del popolo francese in un tempo in cui il conte d'Artois manteneva, come egli stesso ha confessato, sessanta assassini a Parigi. In simile circostanza agirei ancora come ho agito".

Sembrano due fantasmi che si guardino in volto: il morto Borbone e il morente Bonaparte.
Il giorno 27 aprile torna a farsi dare i testamenti, per rifarne faticosamente i sigilli, fa preparare degli inventari delle sue casse e dei suoi armadi, fa mettere in busta le lettere di credito, scrive di persona gli indirizzi, sempre interrotto dal vomito e dai crampi, fa aggiungere in sua presenza tutti i sigilli e mettere a protocollo l'elenco di tutti i plichi. Sino a tal punto diffida dell'Inghilterra.
Che manca ancora? Le cose che non sono comprese nel testamento sono sparse sulla coperta del letto. "Sono molto debole, ma ho ancora un poco di tempo. Dobbiamo finire". Che vi è ancora? C'è la collana di diamanti che Ortensia, il giorno della partenza dalla Malmaison, gli ha cucito nella sciarpa di seta, e che un tempo ha brillato alle feste delle Tuileries. Ne fa dono a Marchand, il fido cameriere. Vi è una tabacchiera d'oro senza sigla. Con infinita pena vi incide egli stesso un N. col temperino e la dà poi al suo medico, dicendogli: "Esigo formalmente che si faccia la mia autopsia, specialmente per lo stomaco".

Da sei anni ha attribuito la propria malattia di fegato al clima, ancora un paio di giorni prima ha dichiarato l'Inghilterra colpevole della sua morte. Ordinando l'autopsia arrischia il crollo di tutta la sua teoria, anzi lo aspetta.
E' finalmente a posto tutto? Aspettate: manca ancora la comunicazione ufficiale alle autorità, e detta questa lettera da consegnare loro:
" Signor Governatore! L'Imperatore Napoleone il giorno ….. é morto in seguito a grave e dolorosa malattia. Ho l'onore di portare V. S. a conoscenza di ciò... Vi prego di farmi sapere quali disposizioni sono state date dal Vostro Governo nei riguardi della translazione della sua salma in Europa, nonché rispetto alle persone del suo séguito". " La firmerete voi, conte Montholon".
 
Napoleone ha dettato sessanta mila lettere politiche. Quest'ultima, la partecipazione della propria morte con data in bianco, è forse la più singolare, giacché né egli stesso né altri avrebbe mai pensato che il destino dovesse dargli modo di farlo, dopo che in sessanta battaglie la morte gli era stata vicina. Con queste rigide righe ufficiali la linea dittatoria della sua indole sembra fare una svolta quasi grottesca. Si prova il desiderio che il macabro dettato non debba essere l'ultimo definitivo.

Infatti: il 29 aprile, dopo una nottata di febbre, detta due abbozzi, l'uno sulla utilizzazione di Versailles, l'altro sulla organizzazione delle Guardie Nazionali. Ma questi abbozzi non hanno piú indirizzo al ministro dei Lavori pubblici o della Guerra. Oggi, quei due indirizzi, son detti : "Prima Fantasia, Seconda Fantasia".
Poi dice: "Ora mi sento tanto bene. Potrei fare 15 miglia a cavallo". Il giorno dopo si fa gelido, cade in delirio e vi rimane per cinque giorni, sino alla fine.
Ma la resistenza vitale di Napoleone non s'infrange cosí facilmente. In quei cinque giorni ha tuttavia avuto dei momenti di lucidità; e se ne avvale per comandare e provvedere:

"Se perdo la coscienza, non dovete comunque permettere l'accesso al medico inglese... Rimarrete fedeli alla mia memoria e non farete cosa alcuna che possa offenderla. Ho messo a base di tutte le mie leggi e le mie azioni i piú rigidi principii. Purtroppo le circostanze erano cosí gravi che io non potei lasciar prevalere ad indulgenza e dovetti procrastinare molte buone cose. Vennero allora i rovesci. Non ho potuto allentar l'arco e la Francia è rimasta priva delle istituzioni liberali che le destinavo. Ma essa mi giudica con indulgenza, mi tien conto delle intenzioni, ama il mio nome e le mie vittorie: imitatela, siate fedeli alle opinioni che abbiamo difeso, alla gloria che abbiamo acquistata: oltre questo non vi è che vergogna e confusione".
 
Il suo pensiero è sempre rivolto all'opera sua. Vede il torso incompiuto con lo sguardo rattristato dell'artista morente e grida con l'estrema energia ai suoi quel che ha voluto fare.
Il giorno seguente è di nuovo in delirio: gli appare la Corsica, la giovinezza, e di tanto in tanto torna il desiderio di giovare al figlio. La sua mente vaneggiante inventa possedimenti sull'isola nativa, Marchand scrive obbediente quel che il suo signore assolutamente fuor di coscienza va dettandogli in termini esatti:
"Lascio a mio figlio la mia casa ad Ajaccio e gli edifici annessi, due case nelle vicinanze della salina con giardini e tutti i miei beni nella regione di Ajaccio, che possono dargli una rendita di 50.000 franchi. Lascio...".
 
E' l'ultimo comando di Napoleone. Ha posseduto e poi perduto mezzo mondo, ma nell'ora della morte gli appare la casa della madre sull'isola dei suoi avi e pensa al figlio, cui aveva voluto lasciare in retaggio il mondo; gli elementi di quella grandiosa melodia vanno confondendosi ed egli lascia una casa che non possiede, per sottrarre il figlio alla miseria. Ma poi il suo spirito si stacca dalla stirpe familiare, egli torna soldato, si ritrova generale della campagna d'Italia, gli sfilano rapidi davanti i grandi camerati, grida:
"Desaix ! Massena! Ah! La vittoria si decide! Su correte, stringete la carica!... Sono in nostra mano!".
 
Il giorno seguente va da lui l'abate senza che egli lo abbia richiesto, cerca di celare qualcosa sotto la giacca secolare, vuol rimanere solo col morente, dopo un poco esce dicendo: "Gli ho data la estrema unzione. Le condizioni del suo stomaco non permettevano altro Sacramento".
Che orribile estrema nottata! Verso l'alba del 5 maggio, lo si ode mormorare in delirio:
" - France - Téte d'armée - ".

Sono le sue ultime parole.
Un momento dopo balza su con forza inaudita, trascina a terra violentemente Montholon che lo veglia, lo stringe così che non può chiamare aiuto né difendersi. Marchand accorre al rumore e lo libera. Nessuno, saprà mai quale invisibile nemico l'imperatore abbia voluto annientare in quell'ultimo spasimo.

Rimane poi tutta la giornata come esausto e calmo. Pare che con cenni chieda da bere, ma non potendo più inghiottire, gli accostano alle labbra una spugna con aceto. Pioggia, nebbie e vapori infuriano attorno alla casa. Accanto all'inseparabile brandina di Austerlitz, dove ha dormito in tutti questi anni rimangono sino all'ora estrema il vecchio conte di Francia ed un figlio del popolo.
Alle cinque della sera, si levò urlando il vento di sud-est, sradicando dal suolo due alberi da ultimo piantati.

Un lungo brivido scuote il moribondo. Senza segno di sofferenza, con gli occhi spalancati, quasi immerso in profondi pensieri, mandò rantolando i suoi ultimi respiri. Quando il sole tropicale scese in mare, il cuore dell'imperatore aveva cessato di battere.

Sulla tavola dello studio, nella luce violenta del mezzogiorno, sta il cadavere di Napoleone aperto da un gran taglio in croce. Cinque medici inglesi, tre ufficiali inglesi e i tre francesi circondano la tavola. Il medico corso ha fatta l'autopsia e ora espone, come in una clinica: - "Questa parte dello stomaco completamente eroso, si è andata unendo al fegato. Che ne consegne, miei signori? Il clima di Sant'Elena ha raddoppiato la malattia di stomaco ed ha quindi anticipato la morte dell'imperatore".
I pareri sono discordi. Si vota: Inghilterra contro Francia. La maggioranza dichiara che il viscere è sano, mentre il corso con vivace energia va cacciando le dita nella parete gastrica tutta bucherellata. Si protocolla, poi via! Il Dott. Antomarchi fa in tempo di fare la maschera al viso.

Quando il corpo imbalsamato fu ricoperto e avvolto nel gran manto blu ch'egli portava a Marengo, venne esposto sul suo lettino da campo. Il fido cameriere Marchand l'aveva rivestito per l'ultimo viaggio con l'uniforme dei Cacciatori della Guardia Imperiale. Tutta la guarnigione, gli sfilò dinanzi. Tutti coloro che l'hanno veduto testimoniano la calma e la serenità dei suoi lineamenti. Questo volto, con parabola misteriosa, dopo essersi accostato negli anni dell'incoronazione alla grandezza dei Cesari, è ritornato alla scarna linea della giovinezza.
 
L'Inghilterra nega il trasporto della salma in Europa. Si scava la tomba in una insenatura presso una fonte a lui cara nella valle del Geranium sotto un gruppo di salici. Poi lo seppelliscono come un generale inglese: due piccole salve e sventolano le bandiere, ma su queste -come a volergli ricordare le sconfitte- stanno i nomi delle vittorie inglesi. ll governatore è il personaggio piú importante e dichiara di aver perdonato all'imperatore.

Nel giro di una settima avrebbe dovuta esser posta sopra la tomba di "questo artigliere" sei lastroni di pietra da artiglieria, ma non ce n'erano a disposizione e se ne prese una da un focolare di una casa in costruzione. Il governatore vuol permettere che si metta sulla tomba il nome "Napoleone ", ma soltanto se vi si aggiunge "Bonaparte". Teme che diventi un mito con il solo nome, come Alessandro, Cesare, Federico.

La tomba così rimane senza iscrizione alcuna: anonima.
I mobili di Longwood vanno all'asta, la casa viene comprata da un fattore che la trasformerà in mulino, e le due camere in cui l'imperatore ha trascoso sei anni tornano alla destinazione precedente: tornano cioè a essere le stalle per le mucche e i porci.
Una cosa sola ha fatto l'Inghilterra in onore del morto: posto una sentinella a far guardia alla tomba. Per diciannove anni queste sentinelle si dànno il cambio, poi (per solennizzare l'"Intesa Cordiale" tra Francia e Inghilterra, e nulla di meglio era la restituzione della salma) finalmente è possibile ricondurre l'imperatore a Parigi.
 
Il governatore viene preso a scudisciate sulla pubblica via dal figlio di Las Cases (il fedele scrivano delle Memorie di San'Elena) deve fuggire e muore nascosto. Il ministro onnipossente, di tutto responsabile, si apre le vene in un accesso di ipocondria. Tutta l'Inghilterra all'improvviso è unanime nello scrivere e parlare contro Sant'Elena. Perfino Wellington, definì il suo carceriere, il governatore Hudson Lowe, che amareggiò gli ultimi anni di Napoleone, gretto di mentalità "un uomo privo di educazione e di giudizio".

Il medico Antommarchi si reca in Italia. Luciano si rifiuta riceverlo. A Parma Maria Luisa fa la stessa cosa, egli la vede a teatro nel suo palco.

Trova l'affranta mamma Laetitia Bonaparte nella sua casa Roma. Per tre giorni deve narrarle ogni ricordo. Le lascia la lampada d'argento e si reca nella sua Corsica. Laetitia rimane seduta al caminetto, piangendo la fatale sorte del suo secondo figliolo.
Le rimangono ancora quindici anni di vita. Sopravvive alle figlie Paolina, che muore con uno specchio in mano, ad Elisa, a molti nipoti e a tre Papi. È semi paralizzata. È cieca. Si fa porre di fronte al busto di suo figlio. La sua mente e il suo lutto dureranno immutati per lunghi anni.
Riceve nel suo palazzo come una principessa tutti coloro che sono stati vicini a suo figlio. I suoi servi sono gli ultimi che in Europa vestano la sua livrea, la sua carrozza l'ultima che rechi il suo stemma "N". Le giungono talvolta notizie del nipote di Vienna, ma ogni riavvicinamento è vietato. Quegli muore a ventun'anni. Maria Luisa allora le scrive. Ma l'ava non risponde. Le offrono di ritornare patria, ma rifiuta, poiché lo stesso diritto non è accordato ai figli.
 
Nove anni dopo la morte dell'Imperatore i Borboni sono cacciati, e un Orléans sale al trono. Laetitia conosce la forza dei bonapartisti, dà ordine di rimettere la statua di Napoleone sulla colonna Vandome toltavi quindici anni prima. Quando Gerolamo reca questa novella alla madre inferma, essa risana e si alza. Per la prima volta dopo molto tempo entra nel grande salone tra i familiari; i suoi occhi cercano il posto ove è il busto del figlio. Poi con voce quasi spenta dice:
"L'Imperatore è tornato a Parigi".
 
Il 12 marzo 1840 il ministro degli interni francese, De Remussat, comunicava alla Camera che re Luigi Filippo aveva ordinato al figlio Jonville di recarsi a Sant'Elena con la fregata Belle-Poule a prelevare le povere ossa di Napoleone e il 16 ottobre a San'Elena ci fu l'imbarco della salma.
All'esumazione del cadavere assistettero il Mareciallo Bertrand, il marchese Las Cases e il generale Gourgaud, che aveva condiviso con Napoleone l'esilio di San'Elena.

L'operazione per il riconoscimento della salma ebbe inizio a mezzanotte e durò molte ore in una atmosfera di tensione, tuttavia altamente commovente e romantica. Quando finalmente il corpo del grande Corso venne alla luce dalla tomba, tutti furono colpiti da enorme meraviglia: il corpo era pressoché intatto e - chi l'aveva conosciuto - pareva di assistere a un miracolo. Il vecchio Maresciallo Bertrand singhiozzava come un bimbo, non potendo credere di vedere il "suo" imperatore ancor giovane come l'aveva lasciato quasi vent'anni prima.

 

Il 2 dicembre 1840, il Belle-Poule arrivò Cherbourg, in mezzo a una miriade di barche in attesa, la bara venne passata sul battello a vapore Normandie, e risalendo la Senna arrivò a Parigi il 14 dicembre. Il 15 sbarcata la salma, si formò un'imponente corteo che poi si arrestò sotto l'Arco di Trionfo e solennemente percorse i Campi Elisi. Agli Invalidi il principe Jonville disse al re una sola frase "Sire, vi presento il corpo di Napoleone", e Luigi Filippo "Lo ricevo in nome della Francia". Una salve dell'artiglieria chiuse la cerimonia, mentre Napoleone "entrava" agli Invalidi conservando per i posteri la sua gloria tutta intatta.
 
La sera prima a Parigi era accaduto un fatto straordinario. Da ogni parte della Francia erano convenuti sulle riva della Senna i soldati di Napoleone con le loro vecchie divise, in attesa del "Petit Caporal", rinnovando i bivacchi della "Grande Armeè". Invano i parigini offrirono ospitalità nelle loro case. Fu quella, a Parigi, la più grande veglia funebre di tutti i tempi e nonostante la presenza di una enorme moltitudine di gente, la notte trascorse in un silenzio quasi irreale.
 
Ma quello che impressionò di più gli attenti cronisti, non furono né costoro, che Napoleone aveva suscitato idee di conquiste, nè la grandiosa cerimonia in onore di un uomo che stava entrando dentro la leggenda, ma le centinaia di migliaia di contadini e di gente umile (la ex gleba) che si erano accostati a Lui per assaporare l'ebrezza di evadere dalla mediocrità e di vivere nel clima della grandezza. Accalcati nel viale dei Campi Elisi, al passaggio del feretro piangevano a dirotto come dei bambini rimasti orfani. Molti lo dovevano a Lui se non erano più servi, a molti di loro lui aveva garantito - emancipandoli - le terre del feudalesimo e la dignità di uomini. Molti che per le angherie e le umiliazioni subìte avevano ferite tracciate nel fisico e nell'anima, per quanto profonde, Lui, distruggendo il regime feudale, quelle ferite che erano ormai diventate piaghe, le aveva lenite.
Molti altri, ancora refrattari alla commozione, nel vedere quelle facce di ex disperati - pur nella gioia della libertà- sconvolte e deformate da spasimi di pianto, avvertirono pure loro una commozione e, insieme anche un profondo disagio interiore; infatti, dalla loro anima, autonomamente stava formandosi un solenne impegno, che gli "unti dal signore" mai più dovevano ricomparire sulla terra di Francia. Avvertirono questa spontanea volontà come una nuova legge esistenziale dell'essere umano che rientrava in possesso della sua dignità. E, posando ancora una volta lo sguardo su quelle facce piene di lacrime, sentirono un nodo alla gola e scoppiarono a piangere pure loro, ma di gioia, e capirono insieme gli uni accanto agli altri, da quel preciso istante, che la Francia stava avviandosi verso una nuova civiltà e che i protagonisti della storia, ora, erano soltanto loro, i cittadini di Francia; e a questi guardarono tutti i cittadini delle altre nazioni e con loro tutta la civiltà.
Chi si era accostato a lui aveva assaporato l'ebrezza di evadere dalla mediocrità.
 
Era riuscito a far capire anche agli umili cos'era uno Stato, e allo Stato a far capire chi erano gli umili: uomini uguali ad altri uomini. Forse solo allora  la volontà divina si manifestò veramente, e fu anche più credibile. Sue sono queste parole::
"Tutti nascono anonimi come me, in una anonima Ajaccio, in un'anonima isola, in un anonimo 15 agosto, di un anonimo 1769, da due anonimi Carlo e Letizia Ramolino; solo dopo diventano qualcuno; e se prima di ogni altra cosa sono capaci di non deludere se stessi, anche la volontà divina si manifesta sull'uomo."
 
C'era poi stata, dopo il suo esilio e la sua morte, la Restaurazione, che aveva fatto trionfare nuovamente la mediocrità, fino al punto che ai popoli mancò quasi il respiro, in Italia l'ultimo, molti patrioti lo esalarono sulle forche. Ma nulla fisicamente potevano fare, e chi si azzardava a farlo andava a raggiungere i pochi audaci sul patibolo, oppure sepolto nelle infami galere.
Ci pensarono allora gli intellettuali! E ci basta citare Balzac che propose di "continuare con la penna ciò che Napoleone aveva cominciato con la spada". Fu il migliore epitaffio, e la continuazione della "guerra" all'arcaico feudalesimo: con i moti del '21, la rivoluzione del '48 (perfino a Vienna!), le lotte del '66, del '70, del '71. E purtroppo ci fu il 1914-18, quando si avverò la grande profezia:

"Ma non iscorgono essi che uccidono in me se medesimi colle proprie mani? Loro vilissimi sciagurati, pensano alle individuali loro convenienze, mentre si tratta di una guerra mortale di princìpi; che prima o poi li ingoierà tutti....".
 

Bibliografia:
- EMIL LUDWIG Napoleone, A. Mondadori, 1929
- ADOLPH THIERS - Storia della Rivoluzione Francese - 10 Volumi
- R.CIAMPINI, Napoleone, Utet, 1941
- NAPOLEONE, Memoriale di Sant'Elena (prima edizione (originale) italiana 1844)
- Gazzette e Riviste dell'Epoca
- Un grazie al
sig. Kolimo da Parigi http://www.alateus.it/rfind.html

 

 

 

 

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