Quanto a Murat, il nuovo ruolo non gli impedì di
continuare ad essere un ardito comandante, partecipando alla
campagna di Russia e alla battaglia di Lipsia (1814). Dopo
questa sconfitta cercò di salvare il trono facendo una pace
separata con l'Austria, ma l'anno dopo, durante i Cento
giorni, fu di nuovo a fianco dell'Imperatore, dando
battaglia agli austriaci a Tolentino (e perdendola, il 2
maggio 1815). Il successivo Trattato di Casalanza del 20
maggio 1815, firmato presso Capua, sancirà definitivamente
la sua caduta ed il ritorno del Borbone sul trono. Dopo la
seconda caduta di Napoleone, Murat, che aveva cercato di
raggiungerlo a Parigi, fuggì in Corsica da dove tentò di
tornare a Napoli con un pugno di fedelissimi per sollevarne
la popolazione. Dirottato da una tempesta in Calabria, fu
arrestato, condannato a morte secondo una legge da lui
stesso voluta, e fucilato a Pizzo Calabro il 13 ottobre
1815. Di fronte al plotone d'esecuzione si comportò con
grande fermezza, rifiutando di farsi bendare, e pare che le
sue ultime parole siano state: «Sauvez ma face -- visez à
mon cœur -- feu!» (Salvate la faccia, mirate al cuore,
fuoco!). Sull'epilogo della vita di Murat il suo illustre
cognato espresse, nelle sue memorie, un giudizio lapidario:
"Murat ha tentato di riconquistare con duecentocinquanta
uomini quel territorio che non era riuscito a tenere quando
ne aveva a disposizione ottantamila."![]()





