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'NDUJA  CALABRESE

di Federica Gaspari

 

nduja1L’estate è la stagione degli amori. Questa è una delle poche certezze che la mia magra esistenza  mi ha regalato. Il mondo pullula di stimoli convergenti alla carne e all’accoppiamento.

Ovunque nell’aria ti rincorrono quei sublimi motivetti demenziali (ammettetelo che vi siete svociati con “l’amore è un’astronave, mia nonna è un’astronave”, il vero capolavoro musicale dell’anno), e gli odori che per il resto dell’anno scompaiono.

Come quello alla vaniglia delle creme abbronzanti che è poi lo stesso di certi arbre magique, che non ho ancora capito se contengano ferormoni o repellenti anti-zanzare. E poi gli sguardi: quelli magnetici ad arte che emergono da un paio di occhiali scuri griffati, o quelli gonfi e arrossati per i postumi della notte precedente, ma sempre ricettivi e pronti ad incrociare maliziosi altri occhi. Perché d’estate ci si guarda, e ci si compiace di essere guardati.

Per questi e mille altri altrettanto validi motivi adoro l’estate: volgare, superficiale e meravigliosamente leggera.

Per concluderla degnamente vi parlerò allora di questa piccante prelibatezza che ho scoperto durante le mie vacanze in terra calabra. Sono stata a lungo indecisa fra questo tipico insaccato nostrano e il winner taco che è la promessa golosa e la golosa certezza di tutte le mie estati,almeno da quando l’hanno inventato in poi, ma l’Algida non ha voluto cedere nemmeno di fronte ai nobili intenti divulgativi di una rubrica come la nostra.

E dunque parliamo di questa ‘nduja che dalla sua vanta non solo meriti gastronomici, ma anche antiche tradizioni storiche. Innanzitutto il nome, quasi impronunciabile (alcuni lo scrivono anche “n’duja”), deriva dal francese andouille, una preparazione a base di frattaglie di maiale, che potrebbe essere stata importata nel periodo napoleonico tanto che Gioacchino Murat, viceré di Napoli e cognato di Napoleone, ordinò una distribuzione di un salame simile alla ‘Nduja per ingraziarsi i Lazzari dello Stato partenopeo, qualche tempo prima di essere imprigionato e fucilato nel castello aragonese di Pizzo (vedi foto).

Secondo altri la sua origine sembra invece legata all’arrivo degli spagnoli che la portarono in Calabria nel ‘500 insieme con l’uso del peperoncino.

Proprio la presenza del peperoncino, che favorisce la produzione di endorfine e aumenta la vasodilatazione, conferisce alla ‘nduja la fama di cibo afrodisiaco e capace di indurre una maggiore lucidità e loquacità (sempre che l’ignaro destinatario vi sopravviva), traducendo il pasto in una convivialità capace di travolgere anche i caratteri più scontrosi.

Non mi stupisce allora che venga usata da questi calabresi, che ancorché latini, hanno fama di un temperamento tenebroso e malinconico, ma sguardi sempre sorprendenti e vivi, come quelli verdi e bellissimi che ho incontrato quest’estate.

Dal gusto deciso e forte la n’duja è un preparato di carni scelte di suino aromatizzato con salsa di peperoncino, o come si dice in loco, di pepe rosso, insaccato in un budello naturale e stagionato per circa un anno.  La n’duja si esalta spalmata sulla bruschetta, sulla pizza o usata come condimento aggiunto a crudo di spaghetti e primi piatti in genere, come quelli che vi propongo di seguito. Accompagnateli con un vino rosso giovane  e fresco come un Valpolicella o un Grignolino.

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Ultimo aggiornamento: 16-09-10