Relazione d'Amico
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187 Anniversario della Morte di Re Gioacchino Murat

Pizzo 13 ottobre 2002 ore 18,15

Duomo di San Giorgio

***

 

Relazione del dott. Pietro D’Amico

 Ai tempi di Murat il mondo europeo di allora non era un mondo libero, era invece un’epoca in cui le genti giacevano oppresse da sistemi di asservimento feudali, comandati dalle dinastie monarchiche, le nobiltà, unitamente al potentissimo clericalismo.

L’umanesimo rinascimentale non era riuscito a travolgere il cesaropapismo medievale.

Il successivo movimento di cultura dell’illuminismo portò poi alle estreme conseguenze sovversive e rivoluzionarie.

La sovversione illuministica e razionalistica era condotta dalle forze liberali, protestanti e anticlericali, dalla borghesia che tendeva verso la conquista degli spazi imprenditoriali e commerciali, contro l’immobilismo economico del latifondismo proprietario.

L’economia feudale aveva portato le genti nella più sciagurata servitù, ormai plurisecolare, tutto volgeva nella spettrale povertà.

La speranza risiedeva nei nuovi sistemi economici del commercio e dell’impresa libera, di cui la borghesia mostrava di essere il migliore interprete.

Borghesia, liberalismo, imprenditorialità, protestantesimo, tutti questi fattori procedevano congiuntamente in età illuministica di fine settecento.

Unitamente a tutto questo avanzava anche la sovversione occulta delle società segrete, la massoneria borghese in particolare, sul modello inglese.

Borghesia, massoneria, anticlericalismo, costituirono insieme il portato rivoluzionario illuministico.

La rivoluzione francese rappresentò  l’esito apicale e  conclusivo delle idee sovversive. Nobiltà e clero subirono uno scuotimento impetuoso e terribile in tutta l’Europa. Avanzava l’idea   delle nazioni  libere,   costituzionali   e   repubblicane. La Francia  fu al centro di questo  terremoto  politico  e  ideologico.

Napoleone Bonaparte raccolse i frutti della rivoluzione, ponendosi al comando di quella nazione culturalmente la più avanzata nella tensione liberale.

Gioacchino Murat fu il più grande generale  dell’esercito napoleonico, il più valoroso, geniale ed eroico.

Egli incarnava il guerriero senza paura, temerario e deciso nella battaglia. 

Napoleone non avrebbe mai conquistato tutta l’Europa senza il genio militare di Gioacchino Murat.

***

Gioacchino Murat era nato nel sud della Francia, nella  Guascogna, una regione attigua alla zona pirenaica, a quella basca e spagnola.

Erano territori che tradizionalmente rappresentavano il rifugio,  la ribellione dei poveri e dei contadini, in essi si erano concentrati nel corso dei secoli i popoli emarginati, gli zingari, i berberi, gli ebrei marrani, le genti espulse dai fanatismi religiosi ed ecclesiastici.

Gioacchino fu un giovane ribelle di animo per natura.

Era amante della libertà, sfuggiva ad ogni sistema di inquadramento, si rivoltava contro chiunque avesse voluto imporgli ordini e asservirlo.

Era amante della fuga, la ricerca, l’ignoto, i veloci cavalli erano i suoi migliori amici.

Fu generale della cavalleria napoleonica, in tutte le battaglie la sua azione generosa e temeraria risultò sempre decisiva per la vittoria: in Italia, ad Alessandria d’Egitto e presso le Piramidi, in Austria, Prussia, Polonia, Spagna, ovunque in Europa.

Sposò Carolina, sorella di Napoleone, dalla quale ebbe quattro figli.

Fu re di Napoli, ove dimostrò di essere anche un grande statista di animo liberale.

***

 

Dopo l’infelice campagna di Russia, con il declino di Napoleone, iniziò anche la caduta di Gioacchino Murat.

Furono tempi molto difficili ed anche oscuri, di scarsa chiarezza storica per la nostra consapevolezza di oggi. I ricercatori e gli studiosi hanno sempre avuto la sensazione, a volte la certezza, che la storiografia ufficiale avesse travisato e occultato tutto il periodo napoleonico.

In particolare per Gioacchino Murat, la rappresentazione che ci giunge raffigura un personaggio di secondo piano, mentre può ben dirsi invece che la sua statura è sicuramente elevatissima, di primissimo piano, certamente eguagliabile a quella dello stesso Napoleone.

Qualche storico più illuminato degli altri dice addirittura superiore, additando Napoleone come il principale equivoco storico portato dall’ambiguità tra la tensione liberal-repubblicana e la conservazione monarchica.

Murat, seppure vittima di tale equivoco, spinse decisamente nella direzione liberale, contro la volontà di Napoleone: lo denota soprattutto il suo modo di regnare a Napoli, da uomo con animo segnato da profondi sentimenti popolari e democratici.

***

Era storicamente inevitabile che Gioacchino Murat perdesse definitivamente insieme a Napoleone, l’Europa non era ancora matura per la realizzazione dei nazionalismi statalistici, poi portati a compimento dai movimenti risorgimentali e romantici della borghesia massonica, nel corso di tutto l’ottocento.

Il suo esercito fu travolto a Tolentino dagli austriaci nel maggio del 1815.

Fuggì da Napoli, promettendo ai suoi sudditi di ritornare. Riparò in Francia e poi fuggì in Corsica.

Non si diede mai per vinto, mai abbandonò l’idea del liberalismo, gli ultimi mesi della sua vita furono anche il suo tormento per la riconquista del regno napoletano.

In Europa non mancavano le forze liberali, erano però forze in diaspora, un liberalismo sperduto, nascosto, strisciante, momentaneamente sconfitto, e, come in tutte le sconfitte, anche impotente, talvolta traditore e vigliacco per forza di cose.

Le guerre avevano portato le stragi, tutti cercavano poi la pace, la restaurazione aveva a sua volta portato la quiete, ma era la lugubre quiete della vendetta esercitata dai vincitori sui vinti.

Quelli che lo spinsero a partire per la riconquista del regno di Napoli appartenevano a questa risma di uomini: sconfitti, impotenti, vili, traditori, voltafaccia, opportunisti.

Pur sapendo che l’impresa era temeraria e illusoria, Murat volle comunque affrontare il suo destino e sfidare la sorte.

Partì con cinque navi e con circa trecento uomini.

A Pizzo Calabro, ove sbarcò, non trovò gli amici che gli promisero di sostenerlo, trovò invece una popolazione nemica a fianco dell’esercito borbonico: lo catturarono, lo sfregiarono maltrattandolo in tutti i modi, lo processarono sommariamente e velocemente, lo giustiziarono fucilandolo in fretta e furia.

Si trattò di un gravissimo misfatto, uno dei più orrendi e moralmente riprovevoli della storia, di cui si conserva amaro ricordo, un forte rimorso mai sopito nonostante tutti i tentativi che  si sono ripetuti di decennio in decennio tendenti a rimuovere dalla memoria storica il terribile accaduto, anche con basse manovre di banalizzazione, detrattive e diminutive del personaggio, della figura elevata di Gioacchino Murat.

Gli abitanti di Pizzo furono trascinati nella guerriglia, ma quello che è successo a Pizzo poteva benissimo succedere altrove, il destino di Murat era segnato dalla restaurazione.

Tuttavia Murat rimase il primo uomo di azione dei risorgimenti europei, quello italiano in particolare.

Ciò che a lui non riuscì, fu invece permesso successivamente a Giuseppe Garibaldi che portò a compimento l’azione di liberalizzazione e unità nazionale.

Garibaldi riconobbe i meriti di Murat, a Pizzo si inginocchiò sul posto della sua fucilazione, mentre i suoi soldati picconavano e abbattevano la statua di Ferdinando IV, il borbone.

***

Pizzo Calabro rappresentò l’ultima scena della vita di Gioacchino Murat: il mare, la piazza, il castello, videro gli ultimi giorni e le ultime ore di questo grande re liberale.

 

La sua morte fu ordinata dai borboni, gli abitanti di Pizzo sono stati condotti in questo destino sciagurato, per povertà, ignoranza, sottomissione, viltà.

Tutte queste cose bisogna finalmente dirle dopo due secoli dall’accaduto, le responsabilità bisogna riconoscerle e confessarle.

A nulla serve continuare a nascondere la verità della storia, significherebbe al contrario aggiungere le colpe di oggi a quelle di ieri.

Va riconosciuta la grandezza di Gioacchino Murat, va celebrata, va ricordata da tempo a tempo, almeno di anno in anno, va consegnata secondo verità alle nuove generazioni.

Pizzo Calabro in particolare deve sublimare il personaggio e l’accaduto, nei modi migliori possibili, i più netti, i più visibili, senza equivoco alcuno.

La disgiunzione va trasformata in congiunzione, sicchè la separazione nemica possa risolversi in accoppiamento positivo e vantaggioso per la storia di tutti e di ciascuno, specie oggi nel momento in cui il liberalismo appare offrire la sua faccia migliore nel compimento dell’universalismo europeo al di fuori di ogni conflittualità di popoli e di nazioni.

13 Ottobre 2002

                                                         Pietro D’Amico

                                                       Magistrato della Repubblica Italiana

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Ultimo aggiornamento: 04-12-08