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L’impresa
murattiana, che sfavorevolmente si concluse nella battaglia di
Tolentino, va
considerata come un rigurgito del mondo napoleonico o non piuttosto come il
primo grande evento del Risorgimento italiano?
E’ questa una domanda
ricorrente.
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La
lettura dei Proclama di Rimini, in cui vengono chiaramente enunciati i principi
di libertà e unità, idee matrici dell’epopea
risorgimentale, ed il fatto che alla Rancia accanto all’esercito napoletano
fossero schierati volontari di altre regioni di Italia, farebbero propendere
per la seconda ipotesi.
In merito, però, sorge spontaneo un duplice ordine
di riserve. Il primo si riferisce alla persona da cui partì l’iniziativa: uno
straniero; ed il secondo, alla particolare situazione politica in cui questi
si era cacciate tra l’ostilità di Napoleone
e quella degli alleati:
«a Dio spiacente ed ai nimici
sui
»
direbbe Dante.Che Gioacchino
Murat fosse straniero è fuori dubbio, se si voglia considerare tale termine
nella sua normale accezione
-
lessicale; ma per quanto ci interessa, sarebbe opportuno stabilire se
egli credesse o meno nel riscatto del popolo italiano ed, in caso positivo, se
questo problema rappresentasse il movente della sua impresa militare,.
Napoleone ha risposto negativamente, come risulta anche dalle parole della
lettera diretta alla sorella Carolina:
«
Vostro marito è molto valoroso sul campo di
battaglia, ma è più debole di una donna o di un frate quando non vede il nemico,
non ha nessun coraggio morale
».
La risposta del Carducci è invece positiva:
«
L’impresa di Gioacchino
Murat era passata come una meteora, ma
i giovani ci avevano fissato gli occhi, Alessandro Manzoni lasciando in
disparte gli Inni Sacri e Pellegrino
Rossi lasciando dietro la cattedra di
Bologna; e a lungo se ne ricordano i bagliori nel regno per le Marche e
la Romagna».
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Forse il senso poetico, più acuto di quello Politico può aver toccato
la verità. Se Murat, infatti, avesse agito soltanto per necessità di
sopravvivenza o per puro calcolo politico, avrebbe per la seconda volta potuto
passare dalla parte dei monarchi alleati e, quindi sedere al Congresso di
Vienna, allorché, lanciato il Proclama e cacciati gli austriaci da Modena, ed
occupata Firenze, si vide correre incontro un plenipotenziario della parte
avversa con l’assicurazione della conservazione del trono, se si fosse unito
alla lega europea. E’ nota la sua risposta:
«
E’ troppo tardi: l’Italia vuol essere libera
e lo sarà
».
Peraltro il moto insurrezionale contro l’assolutismo, che provocò il
primo esperimento dell’ottocento di
regime parlamentare in
Italia, seppur messo a dura prova dal separatismo siciliano e tradito dalla
malafede di Ferdinando I di Borbone, scoppiò nel napoletano nelle file di
quell’esercito nel quale il Murat aveva non solo lasciato il ricordo di uomo
coraggioso, gèneroso e leale, ma anche
i fermenti di lotta per la libertà. E furono proprio due ufficiali di
cavalleria, l’arma in cui il Murat stesso aveva brillato, ad innalzare il
vessillo della Carboneria. La stessa fine di questo re sfortunato può fornire
inoltre qualche indicazione circa la sua convinzione nella possibilità di
riscatto del popolo italiano.
Dopo Waterloo, salpato da Tolone, con l’intenzione,
di riunirsi alla moglie ed ai figli ospiti dell’Austria e di adottare il nome
di conte di Lipona (anagramma di Napoli), mutò rotta e sbarcò, quasi solo, a
Bastia. Lì, ospite, di un suo antico generale, fu assalito dalla cocente
nostalgia del regno perduto e, forse, dell’unificazione. Fidando sull’appoggio
del partito antiborbonico, decise, senza indugio, quel colpo di mano che lo
portò alla cattura ed alla fucilazione, affrontata con il magnifico coraggio
che, ad Abukir, gli valse il grado di generale. Rifiutò la benda esclamando: «
Troppo spesso ho sfidato la morte per
temer1a
».
Il suo corpo, gettato nella fossa comune, è restato stretto alla terra
dalla quale partì la sua grande impresa, confuso con le ceneri della gente in
cui aveva creduto.
Non sembra quindi essere stata quella di Murat l’azione di
uno straniero in terra di conquista o la mera risultante di una particolare
situazione politica. Resta comunque inoppugnabile il fatto ‘che” il suo ‘Proclama non riuscì
a scuotere
e ad
entusiasmare il popolo italiano. Forse
perché il popolo era, proprio lui, «straniero
»
alle idealità di una patria
libera e unita. Quanto afferma il Carducci è vero:La voce del Re di Napoli fu
avvertita dagli spiriti più aperti al
nuovo corso della storia d’Italia, ma non certo dalla massa popolare. L’alba
del riscatto non aveva ancora diradato le tenebre del servaggio. Del
resto anche Giacomo Leopardi si oppose
al messaggio murattiano con l’ <<Orazione agli Italiani>>, per la liberazione del Piceno
reputando folle il tentativo di sollevare l’Italia e di strappare dei
sovrani affettuosi ed amabili alla fedeltà dei loro sudditi. Lo stesso
Leopardi, che qualche anno dopo, si sentiva ardere da quello amor di Patria
stupendamente espresso nei canti patriottici e che, nello scorcio della sua
vita, trascorse in terra napoletana, dolorosamente cantava nei
«
Paraliporneni
»
la sconfitta. di Tolentino.
Gli
Italiani, come sempre avviene nella storia allorché si avverte il senso del proprio
destino dopo un lungo smarrimento, non avevano ancora chiara la linea della
loro funzione morale e civile nel consesso dei popoli, quale espresse il Gioberti nel suo “Primato”.
Non avevano raggiunto la
certezza di essere unità vivente in seno alla umanità con il possesso delle energie
atte ad affermare le proprie ragioni di
vita. Solo dopo maturata una coscienza in proposito, attraverso il duro
calvario che accompagna ogni ascesa e che vede una delle sue prime tappe nei
moti maceratesi, risulterà ineccepibile la risposta del Mazzini al Lamennais
che lo esortava a tergiversare, a non impegnarsi in azioni dirette, in
attesa di favorevoli eventi che
potessero sorgere e venire dall’esterno: <<La rigenerazione dell’Italia
non, può compiersi per
fatti
altrui>>. E
come può esistere dignità d’uomini o popoli dove la libertà porta sulla fronte
il segno. del beneficio altrui?.
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