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Verbale seduta Assemblea Regionale del 13 Gennaio 2009

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Pubblicata la Legge sul Bollettino Ufficiale della Regione Calabria e la n. 2 del 15 gennaio 2009

 

Diamo una degna sepoltura al Re Gioacchino Murat

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NGOLO DELLA LETTURA

 (da OBIETTIVO VITA pubblicazione trimestrale della Lega Italiana per la lotta contro i tumori della Sezione di Napoli)

Gioacchino Murat, Re di Napoli

di R. CIMINO


 

 

Gioacchino Murai.

Non so quanti concittadini, passando di fronte alla statua di Gioacchino Murat (opera di Giovanbattista Amendola) in Piazza del Plebiscito, nel porticato di Palazzo Reale, facciano ammenda in cuor loro del giudizio, a dir poco frettoloso e sbrigativo, con cui una commissione militare napoletana presieduta dal Generale Vito Nunziante, condannava a morte per fucilazione il loro ex Re nell'Ottobre 1815.

Da Napoli il Sovrano borbonico Ferdinando IV, ritornato da vincitore nella città partenopea alcuni mesi prima, aveva infatti ordinato di applicare la sentenza di morte prevista tra l'altro proprio da quel codice penale promulgato dallo stesso Murat.

Fu così che un crepitare di moschetti, alle ore 21 del 13 Ottobre 1815 nel cortile del castello di Pizzo Calabro, pose fine, a quarantotto anni, alla vita di un personaggio così grande e sfortunato che era stato arrestato nelle strade di Pizzo dal capitano Trentacapilli 3 giorni prima, durante l'ultimo disperato tentativo di riconquista del trono, dopo una breve zuffa con la scorta del Re composta da soli 28 uomini. Le spoglie mortali di Gioacchino Murat che aveva affrontato la morte eroicamente, rifiutando la benda sugli occhi ed invitando i gendarmi a mirare al cuore furono sepolte in una tossa comune nella Chiesa di S. Giorgio che lui stesso aveva fatto edificare, 5 anni prima.

L'atto di morte fu sottoscritto da 2 facchini analfabeti che firmarono con un segno di croce.

Che Gioacchino Murat fosse straniero è fuor di dubbio se si vuole considerare questo termine nella sua normale accezione letterale, ma è pur vero che nessun monarca come lui, dopo Carlo III°, ha amato tanto i napoletani, ne ha capito ed apprezzato l'indole, nessuno ha fatto e farà tanto per la loro elevazione civile. L'impresa murattiana, sfavorevolmente conclusasi nella battaglia di Tolentino, è considerata da molti il primo grande evento del Risorgimento Italiano.

Nel famoso Proclama di Rimini, infatti, prima dell'ultima sfortunata battaglia egli invitava gli italiani ad unirsi per darsi un governo a rappresentanza veramente nazionale ed una costituzione degna del secolo; a buon diritto questo messaggio riassume tutto il programma unitario e liberale del nostro Risorgimento. Il Proclama però, nonostante l'approvazione di una minoranza di aristocratici e letterali tra cui il Manzoni, il Perticari e lo Strocchi, non riuscì a scuotere ed entusiasmare il popolo italiano che era ancora estraneo alle idealità di una patria libera ed unita.

Gioacchino Murat che era nato a Bastide-Fortuniere nel 1767, figlio di un albergatore, fu un ineguagliabile condottiero di cavalleria ed un astro luminoso della costellazione napoleonica, conseguendo all'apice  della sua carriera il titolo di Gran­duca di Clevers-Berg, Rè di Napoli, Maresciallo dell'Impero.

Diviene Re di Napoli nel Luglio 1808 dopo che Re Giuseppe, fratello di Napoleone, fu chiamato dall'onnipotente congiunto a cingere la corona di Spagna.

Napoleone che pure lo ebbe al suo fianco in tante battaglie e che lo aveva fatto Re, scriveva di lui in una lettera alla sorella Carolina: vostro marito è molto valoroso sul campo di battaglia ma è più debole di una donna o di un frate quando non vede il nemico, non ha nessun coraggio morale.

L'opera di Gioacchino Murat passò come una meteora, secondo la definizione carducciana, ma a Napoli, nonostante vicissitudini burrascose e talora grottesche, lasciò segni importanti e riformatori nella gestione dello Stato.

Infatti l'abolizione del feudalesimo, la notevole riduzione del brigantaggio, gli sgravi fiscali, la riorganizzazione dell'esercito e dell'amministrazione, la ripresa di lavori pubblici importanti e degli scavi di Ercolano sono solo alcune di queste riforme che attuarono un cambiamento radicale in molti settori della vita pubblica napoletana.

La restaurazione che riportò Ferdinando IV di Borbone sul trono di Napoli 1'8 Giugno 1815 spazzò via molte di queste coraggiose riforme ma il tentativo di G. Murat di modificare e modernizzare abitudini consolidate da secoli di assolutismo costituì esempio per le generazioni future che ne fecero per il loro vessillo ed il loro programma.

Di Gioacchino Murat vale ancor oggi quanto di lui ebbe a dire il Conte Agar di Mosbourg: fu un uomo che "seppe vincere, seppe regnare, seppe morire".

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 25-07-09