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| Il Quotidiano – Sabato 12 Ottobre 2002 Pizzo- Domani pomeriggio all’omonimo castello cerimonia di commemorazione della morte LA CITTA’ RICORDA IL RE GIOACCHINO MURAT La sua tomba sotto la navata centrale del Duomo di San Giorgio
Dopo nove giorni di difficile navigazione, Gioacchino Murat, la domenica mattina dell’otto ottobre 1815 alle ore 11 e 30 minuti, alla testa di soli 29 compagni d’avventura sbarca sulla spiaggia della Marina di Pizzo, nei pressi del cosiddetto “Monacèju” (Monacello). Il primo a toccare terra è Murat. Il gruppetto incomincia a salire verso il centro di Pizzo per la ripida gradinata di quella che oggi e Via Vittorio Emanuele III, che porta dalla “Marina” all’attuale Piazza della Repubblica, affollata di gente perché è giorno di mercato ed alla vista di Murat e dei suoi tutti rimangono meravigliati, anche perché si sentono invitati a gridare: “Viva il re Murat”. La Piazza si svuota, mentre Murat si ricorda che a Monteleone (oggi Vibo Valentia) ha degli amici fedeli che lo potrebbero aiutare. stanco, amareggiato e avvilito, Gioacchino, percorrendo la ripida salita dell’attuale “Via dei Morti”, raggiunge una località chiamata ‘Parrera” (Petraia), che sovrasta la “Marina”, dove si ferma. Qui viene raggiunto dal capitano Gregorio ‘Trentacapilli, convinto borbonico e arrivista senza scrupoli, che, per somma sventura di Gioacchino, si trova per coincidenza ospite in casa del barone Melacrinis, suo parente, proveniente dalla Sicilia ed in trasferimento per Cosenza, dove doveva recarsi per prendere il comando di quella gendarmeria, e s’incomincia a sparare, mentre Murat ordina ai suoi di non usare le armi e si fa avanti da solo per parlamentare col capitano borbonico. Trentacapilli non vuole sentire ragioni, anzi, incomincia ad ingiuriarlo ed offenderlo pesantemente e gli ordina di seguirlo a Pizzo, in nome di Ferdinando I. Il generale Cesare Franceschetti si scaglia sul capitano Trentacapilli e gli punta la pistola alla gola, mentre i soldati borbonici riprendono a sparare e resta colpito a morte il capitano Pietro Pernice, e molti altri
vengono feriti, tra cui i capitani Felice Lanfranchi e Giambattista Viggiani, il segretario particolare Carlo Galvani, il cameriere Armand, il soldato Giannini, nonché lo stesso generale Franceschetti. Gioacchino fugge per la Marina con la speranza di raggiungere le scialuppe e, quindi, la tartana del Barbarà, ma con sua somma sorpresa si accorge che le scialuppe non ci sono, mentre la tartana ormai sta prendendo il largo. Insabbiato nella spiaggia della Marina” c’è un gozzo e Gioacchino tenta di spingerlo in mare, ma non ci riesce. Una donna si avvicina e, dopo averlo insultato e sputato, lo graffia in volto, accusandolo della morte dei suoi tre figli caduti durante le campagne napoleoniche. Murat sta per essere linciato dalla folla, che lo lascia seminudo, pieno d’ecchimosi e di sputi, con la camicia e i pantaloni ridotti a brandelli e senza giacca, ma ecco che in suo aiuto intervengono un pescatore padrone di barca, Pasquale Greco, e il gentiluomo spagnolo Conte Intendente Francesco Alcalà (governatore dei beni dei Duca dell’Infandato di Madrid), i quali riescono a pacificare la folla inferocita, Il Trentacapilli, dopo averlo condotto al castello, si appropria con violenza dei 22 brillanti della coccarda e di tutti gli altri gioielli del re. L’Intendente Alcalà, tramite telegrafo ottico, avvisa della cattura di Murat il generale Vito Nunziante, comandante militare della Calabria Ulteriore, che invia al castello di Pizzo il capitano Stratti con una compagnia di 500 soldati. Questi dispone l’immediato trasferimento in una cella più decente (cella del Coccodrillo), da dove può vedere il traditore Barbarà che ancora veleggia nel mare circostante. Durante la notte arriva anche il generale Vito Nunziante, proveniente da Reggio, il quale si dimostra molto umano e comprensivo. L’interrogatorio inizia alle prime ore della mattina del 9 ottobre 1815, ma Gioacchino si rifiuta di rispondere alle varie domande. Ferdinando I di Borbone riunisce i suoi ministri in un “Consiglio di Guerra” la mattina del 10 ottobre 1815, alla presenza degli ambasciatori d’Austria e d’Inghilterra, quindi spedisce al Nunziante un dispositivo con l’ordine di riunire immediatamente una “Commissione Militare” per giudicare il generale Murat quale pubblico nemico, quindi, dopo un quarto d’ora dalla sentenza, di procedere all’esecuzione da parte di soldati napoletani e siciliani. Il generale Nunziante incarica il capitano Stratti a formare il tribunale militare, che lo condanna a morte all’unanimità mediante fucilazione. Con gli occhi velati di pianto chiede dei fogli di carta per scrivere alla moglie e ai suoi diletti figli. Entra nella cella del “Coccodrillo” il rev. Tommaso Masdea (1748 - 1830), arciprete della chiesa di San Giorgio Martire, che ha il compito di impartire l’assoluzione al re Gioacchino Murat prima della sua fucilazione, da eseguirsi entro un quarto d’ora dalla sentenza. Il Re chiede ed ottiene di comandare lui stesso il plotone d’esecuzione, composto di 12 soldati schierati su due file. Dopo aver rifiutato la benda agli occhi, si scopre il petto e ordina: “Salvate il viso, mirate al cuore. Fuoco!”. Murat viene colpito soltanto da sei colpi su dodici che sono i soldati. Sono le ore 21 di venerdi 13 ottobre 1815. Durante la notte dello stesso giorno i poveri resti di Gioacchino Murat Napoleone, sfortunato re di Napoli e di Sicilia, vengono tumulati nel terza fossa della navata centrale del Duomo di San Giorgio Martire, a Pizzo. Le sue ossa là tuttora giacciono, nonostante vari tentativi operati per portarle alla luce per una più degna sepoltura.
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